Il cantore della vita contadina

Il cantore della vita contadina
10 Gennaio 2015 ore 06:26

NOVARA – In principio era il Molino della Baraggia: qui occorre tornare per capire la poetica, e il mondo, di Dante Graziosi, ora che, con la recente fondazione di un Archivio letterario a lui dedicato e promosso dal Centro Novarese di Studi Letterari, la sua figura di scrittore ha trovato degna collocazione istituzionale. Le sue radici profonde trovano nutrimento nella Bassa “malinconica e bella” dove nacque cento anni fa, l’11 gennaio 1915, a Granozzo con Monticello, sempre fedele agli ideali e ai sentimenti di chi è cresciuto “dove il riso cresce rigoglioso e le marcite verdi tutto l’anno danno erba abbondante alle vacche da latte”, dove “gli aironi cinerini e le candide garzette volano felici” e lo sguardo spazia fino alla cerchia delle Alpi. Le stesse fotografie di Graziosi in giro per il mondo, con capi di governo o altre autorità, in Italia e all’estero, sembrano mostrarlo un poco impacciato, con l’estroso papillon, a differenza  dell’aspetto rilassato non appena sullo sfondo si staglia il profilo della sua terra, lo stesso impaccio che si può cogliere, in lui “ragazzo di campagna”, nei suoi rapporti coi letterati, come racconta dei suoi incontri, ad esempio, con Marco Ramperti in gioventù. Ripercorriamo il suo curriculum vitae: gli studi in collegio, tra Orta e Domodossola, la maturità classica presso il Regio Liceo “Carlo Alberto” di Novara, l’Università a Torino con la laurea in Medicina Veterinaria nel 1940 (sarà poi docente di Igiene e Zootecnia presso lo stesso ateneo): inizia la sua carriera di “medico degli animali” che gli farà confessare di non aver conosciuto “animali cattivi”. Graziosi partecipa alla Resistenza novarese, vivendo in clandestinità con il falso nome di Carlo Radice, come commissario della Divisione partigiana “Remo Rabellotti”; nell’immediato dopoguerra è tra i promotori dell’Associazione Coltivatori Diretti guidata dal romentinese Paolo Bonomi. La sua carriera politica, nelle fila della 

NOVARA – In principio era il Molino della Baraggia: qui occorre tornare per capire la poetica, e il mondo, di Dante Graziosi, ora che, con la recente fondazione di un Archivio letterario a lui dedicato e promosso dal Centro Novarese di Studi Letterari, la sua figura di scrittore ha trovato degna collocazione istituzionale. Le sue radici profonde trovano nutrimento nella Bassa “malinconica e bella” dove nacque cento anni fa, l’11 gennaio 1915, a Granozzo con Monticello, sempre fedele agli ideali e ai sentimenti di chi è cresciuto “dove il riso cresce rigoglioso e le marcite verdi tutto l’anno danno erba abbondante alle vacche da latte”, dove “gli aironi cinerini e le candide garzette volano felici” e lo sguardo spazia fino alla cerchia delle Alpi. Le stesse fotografie di Graziosi in giro per il mondo, con capi di governo o altre autorità, in Italia e all’estero, sembrano mostrarlo un poco impacciato, con l’estroso papillon, a differenza  dell’aspetto rilassato non appena sullo sfondo si staglia il profilo della sua terra, lo stesso impaccio che si può cogliere, in lui “ragazzo di campagna”, nei suoi rapporti coi letterati, come racconta dei suoi incontri, ad esempio, con Marco Ramperti in gioventù. Ripercorriamo il suo curriculum vitae: gli studi in collegio, tra Orta e Domodossola, la maturità classica presso il Regio Liceo “Carlo Alberto” di Novara, l’Università a Torino con la laurea in Medicina Veterinaria nel 1940 (sarà poi docente di Igiene e Zootecnia presso lo stesso ateneo): inizia la sua carriera di “medico degli animali” che gli farà confessare di non aver conosciuto “animali cattivi”. Graziosi partecipa alla Resistenza novarese, vivendo in clandestinità con il falso nome di Carlo Radice, come commissario della Divisione partigiana “Remo Rabellotti”; nell’immediato dopoguerra è tra i promotori dell’Associazione Coltivatori Diretti guidata dal romentinese Paolo Bonomi. La sua carriera politica, nelle fila della Democrazia Cristiana, lo vede deputato al Parlamento per quattro legislature (1953-’72), con incarichi al Ministero della Sanità e del Commercio Estero, deputato al Parlamento Europeo di Strasburgo dal 1959 al ’66, finchè giunge il momento per lo scrittore Graziosi: l’esordio è segnato, nel 1972, dalle “cronache di provincia” de “La terra degli aironi”, primo capitolo di una “saga padana” dove cambiano di poco luoghi e personaggi, gli uni e gli altri campioni esemplari di un piccolo mondo antico, tra il Ticino e la Sesia, che  risalta vivo in pagine ariose, di spontanea vitalità e genuinità. È una “terra sull’acqua dal panorama immutabile, risaie e filari di pioppi a perdita d’occhio, argini di fossi, di fontane e di canali”, mentre tra novembre e gennaio cala su paesi e cascinali una “nebbia impalpabile” e in estate riscalda un “sole divorante”. Ricordiamo i titoli: “Una topolino amaranto” (1980) che conobbe grande successo, tanto da meritare uno sceneggiato Rai, “Antichi borghi sull’acqua” (’81), “Storie di brava gente” (’82), “Vengo dall’al di là” (‘82), “Nando dell’Andromeda” (’87), “Le mele maturavano al sole” (’90), “Il giorno del maiale – racconti di risaia” (’90), fino ai postumi “Le vane speranze di Guido Collasio” e “Racconti e ricordi”, mentre recentemente, sotto il titolo di “Storie di risaia”, l’editore Interlinea ha raccolto gran parte delle pagine di Graziosi in un unico volume, Interlinea che proprio con una edizione accresciuta della “Topolino” aveva iniziato nel 1992 la sua attività editoriale. Non a caso l’esordio letterario di Graziosi coincide con l’abbandono degli incarichi parlamentari, “felicemente lasciata alle spalle la politica”, realizzando un progressivo, “autonomo ritiro a vita privata”, dopo aver sperimentato delusioni e amarezze come tanti che, venuti dalla provincia, pensavano di essere utili al Paese, con il risultato, invece, di sentirsi “pesci fuor d’acqua” nei palazzi del potere. Di questa lunga esperienza Graziosi ha lasciato traccia in pagine diaristiche in parte inedite, ricche di annotazioni polemiche e talvolta caustiche anche verso i compagni di partito. Anche da questo contrasto esce più vivo il testimone, il cantore della vita contadina e al suo nome è intitolato il premio “Terra degli aironi”, l’unico in Italia dedicato alla narrativa di pianura, con un concorso scolastico parallelo. Graziosi ha lasciato nelle sue pagine un variopinto affresco, affettuoso e ironico, dove scorre il calendario di uomini e animali, fra giorni di mercato e fatica quotidiana, dove aiuta a vivere il gusto per le cose belle e buone della vita, come i piaceri della tavola o le allegre sagre di paese o anche solo un bicchiere condiviso in amicizia, dove come su un palcoscenico immutabile si dispiegano usi e costumi regolati dal buon senso e dal reciproco rispetto, dove s’incontrano i “camminanti” cari al conterraneo Barisoni o briganti come il leggendario Biondino o estrosi giramondo come il Nando dell’Andromeda. E l’antico Molino, risalente al 1400, dove un tempo poteva capitare la “gente più strana e impensata” diventa per Graziosi “il ritorno alle radici”, il “rifugio”, il porto sicuro dove, a fine giornata,  si accendono i ricordi e le malinconie: “il nostro mondo ha voltato pagina!”. E, dopo la morte avvenuta a Riccione il 7 luglio 1992, Graziosi è tornato a Granozzo, nella tomba di famiglia all’ingresso del cimitero: “Con voi per sempre sto a guardare la nostra risaia che, verde tenera allo spuntare dell’acqua, matura al sole di agosto, prendendo i colori dell’oro antico”.

Ercole Pelizzone

 

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