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"Ogni 50 anni la società ritorna sulla linea di partenza"

"Ogni 50 anni la società ritorna sulla linea di partenza"
Altro 30 Dicembre 2015 ore 08:30

Questo è stato il terzo Natale che monsignor Franco Giulio Brambilla ha passato da vescovo di Novara. Da quel 24 novembre 2001, quando è stato nominato successore di mon. Renato Corti, di strada se ne è fatta insieme. Parte centrale il Sinodo Diocesano, ma non solo: mons. Brambilla dall'ottobre scorso è diventato vicepresidente della Cei per il nord e nominato tra i membri del sinodo ordinario sulla famiglia.

Mons. Brambilla, anzitutto cosa significa vivere il giubileo della Misericordia?
Il Giubileo ebraico iniziava con il suono del grande corno, lo jobel, da cui deriva il termine giubileo, che dava inizio al cinquantesimo anno, l’anno di grazia. In quel tempo tutto ritornava all’inizio, nella vita personale, nella vita famigliare e nella vita sociale, come si legge nel capitolo 25 del Levitico. Tant’è che questo testo è così sorprendente che ci si domanda se Israele l’abbia veramente messo in pratica. Il testo contiene un’idea bella, profonda: ogni cinquant’anni la società ritorna sulla linea di partenza, perché ciascuno possa avere la possibilità di rigiocarsi la partita della vita. I debiti erano rimessi, i contrasti venivano sanati, le famiglie ritornavano in possesso di ciò che serviva a vivere e ciascuno veniva riconciliato.

E solo per i fedeli o per tutti?
Questo Giubileo straordinario è il tempo della coscienza, è il dono della misericordia. Si può vivere il Giubileo, facendo risuonare nel cuore di ciascuna coscienza, sia essa credente o non credente, la beatitudine di Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Nella vita personale, chiediamo che il nostro perdono sia la chiave che apre le braccia della misericordia di Dio. Egli vuole che noi facciamo la nostra parte. La misericordia, infatti, non è un condono a buon prezzo, ma apre il varco della coscienza, perché nessuno si senta escluso. Per questo la Chiesamette a disposizione un tempo, disteso e favorevole, perché ciascuno giochi la “partita della propria vita” da capo. Il Giubileo è un’offerta di riflessione, di rinnovamento, di riconciliazione per tutti, credenti e non credenti, perché la coscienza è una soglia accessibile a tutti.

Cosa le rimane dall'esperienza del Sinodo della Famiglia?
È stata un’esperienza sconvolgente, che ci ha fatto puntare lo sguardo in modo diverso sulle famiglie plurali e sulle condizioni sociali della famiglia nei cinque continenti. Un panorama ricchissimo e diversissimo. Il documento sinodale ha posto la famiglia come “soggetto” della missione della Chiesa e come “attore” principale della vita sociale. Il Sinodo ha puntato su una Chiesa che è “famiglia di famiglie” e su una società che corregga la sua deriva individualistica tenendo conto dei legami famigliari, pur nella diversità con cui si esprimono, ma nella forza della loro capacità di incidere sul tessuto della società. Come ha detto papa Francesco all’inizio del Sinodo: «Paradossalmente anche l’uomo di oggi – che spesso ridicolizza questo disegno – rimane attirato e affascinato da ogni amore autentico, da ogni amore solido, da ogni amore fecondo, da ogni amore fedele e perpetuo. Lo vediamo andare dietro agli amori temporanei ma sogna l’amore autentico; corre dietro ai piaceri carnali ma desidera la donazione totale». Ora attendiamo le indicazioni del Papa, che dovrebbero arrivare a breve. Intanto bisogna che noi cambiamo profondamente sguardo e mentalità.

E come procedono i lavori del Sinodo diocesano?
Ormai siamo all’ultimo chilometro: stiamo focalizzando appunto la famiglia e i giovani nel quadro di una “Chiesa in uscita”. Contiamo per Pasqua di fare la volata finale: ma il nostro Sinodo, a differenza di quello dei Vescovi, è più disteso nel tempo, e quindi ha un ritmo diverso, meno concentrato e con tappe graduali. In questa linea l’approvazione del testo e la sua pubblicazione per Pentecoste, si concederà poi un anno di sperimentazione. A non noi interessa produrre un testo per metterlo nel cassetto, ma avere una “carta d’intenti” con la quale camminare insieme nella direzione di quella che abbiamo chiamato: Prospettiva 2020.

Quale messaggio lancia a sacerdoti e laici in cammino, insieme, nel costruire la chiesa di domani?
La prospettiva nella quale “camminare insieme” mette al centro i laici, la famiglia e i giovani, una Chiesa che prenda a cuore la vita quotidiana delle persone, accompagni il ritmo dei suoi giorni, stia vicino ai più poveri, snellisca le sue rigidità, sia la fontana del “villaggio globale” per dissetarsi alle sorgenti della vita. Per questo non bastano i sacerdoti, che restano essenziali, ma bisogna aprirsi a una dimensione corale di presenza dei laici nel mondo e nella storia. Occorre fare oggi per scelta, ciò che bisognerà fare domani – e non è molto lontano – per forza. Il futuro incombe ed è necessario un coraggioso cambio di mentalità.

Ha un dono o un sogno nel cassetto?        
Il mio sogno del cassetto è semplice: che si apra una stagione di maggior attenzione all’educazione degli adolescenti e dei giovani. Un tempo dove si rinnovi l’alleanza tra famiglia, scuola, comunità (cristiana) e società. Dobbiamo dire che qui sta il più grande “capitale umano” su cui possiamo investire e che diventar grande è un’impresa altrettanto importante per una città e un paese come la crescita economica. Una società dell’abbondanza che non largheggia nelle risorse e nelle presenze date all’educazione muore di beni, perché è povera di significati con cui sognare il domani.
Paolo Usellini

Questo è stato il terzo Natale che monsignor Franco Giulio Brambilla ha passato da vescovo di Novara. Da quel 24 novembre 2001, quando è stato nominato successore di mon. Renato Corti, di strada se ne è fatta insieme. Parte centrale il Sinodo Diocesano, ma non solo: mons. Brambilla dall'ottobre scorso è diventato vicepresidente della Cei per il nord e nominato tra i membri del sinodo ordinario sulla famiglia.

Mons. Brambilla, anzitutto cosa significa vivere il giubileo della Misericordia?
Il Giubileo ebraico iniziava con il suono del grande corno, lo jobel, da cui deriva il termine giubileo, che dava inizio al cinquantesimo anno, l’anno di grazia. In quel tempo tutto ritornava all’inizio, nella vita personale, nella vita famigliare e nella vita sociale, come si legge nel capitolo 25 del Levitico. Tant’è che questo testo è così sorprendente che ci si domanda se Israele l’abbia veramente messo in pratica. Il testo contiene un’idea bella, profonda: ogni cinquant’anni la società ritorna sulla linea di partenza, perché ciascuno possa avere la possibilità di rigiocarsi la partita della vita. I debiti erano rimessi, i contrasti venivano sanati, le famiglie ritornavano in possesso di ciò che serviva a vivere e ciascuno veniva riconciliato.

E solo per i fedeli o per tutti?
Questo Giubileo straordinario è il tempo della coscienza, è il dono della misericordia. Si può vivere il Giubileo, facendo risuonare nel cuore di ciascuna coscienza, sia essa credente o non credente, la beatitudine di Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Nella vita personale, chiediamo che il nostro perdono sia la chiave che apre le braccia della misericordia di Dio. Egli vuole che noi facciamo la nostra parte. La misericordia, infatti, non è un condono a buon prezzo, ma apre il varco della coscienza, perché nessuno si senta escluso. Per questo la Chiesamette a disposizione un tempo, disteso e favorevole, perché ciascuno giochi la “partita della propria vita” da capo. Il Giubileo è un’offerta di riflessione, di rinnovamento, di riconciliazione per tutti, credenti e non credenti, perché la coscienza è una soglia accessibile a tutti.

Cosa le rimane dall'esperienza del Sinodo della Famiglia?
È stata un’esperienza sconvolgente, che ci ha fatto puntare lo sguardo in modo diverso sulle famiglie plurali e sulle condizioni sociali della famiglia nei cinque continenti. Un panorama ricchissimo e diversissimo. Il documento sinodale ha posto la famiglia come “soggetto” della missione della Chiesa e come “attore” principale della vita sociale. Il Sinodo ha puntato su una Chiesa che è “famiglia di famiglie” e su una società che corregga la sua deriva individualistica tenendo conto dei legami famigliari, pur nella diversità con cui si esprimono, ma nella forza della loro capacità di incidere sul tessuto della società. Come ha detto papa Francesco all’inizio del Sinodo: «Paradossalmente anche l’uomo di oggi – che spesso ridicolizza questo disegno – rimane attirato e affascinato da ogni amore autentico, da ogni amore solido, da ogni amore fecondo, da ogni amore fedele e perpetuo. Lo vediamo andare dietro agli amori temporanei ma sogna l’amore autentico; corre dietro ai piaceri carnali ma desidera la donazione totale». Ora attendiamo le indicazioni del Papa, che dovrebbero arrivare a breve. Intanto bisogna che noi cambiamo profondamente sguardo e mentalità.

E come procedono i lavori del Sinodo diocesano?
Ormai siamo all’ultimo chilometro: stiamo focalizzando appunto la famiglia e i giovani nel quadro di una “Chiesa in uscita”. Contiamo per Pasqua di fare la volata finale: ma il nostro Sinodo, a differenza di quello dei Vescovi, è più disteso nel tempo, e quindi ha un ritmo diverso, meno concentrato e con tappe graduali. In questa linea l’approvazione del testo e la sua pubblicazione per Pentecoste, si concederà poi un anno di sperimentazione. A non noi interessa produrre un testo per metterlo nel cassetto, ma avere una “carta d’intenti” con la quale camminare insieme nella direzione di quella che abbiamo chiamato: Prospettiva 2020.

Quale messaggio lancia a sacerdoti e laici in cammino, insieme, nel costruire la chiesa di domani?
La prospettiva nella quale “camminare insieme” mette al centro i laici, la famiglia e i giovani, una Chiesa che prenda a cuore la vita quotidiana delle persone, accompagni il ritmo dei suoi giorni, stia vicino ai più poveri, snellisca le sue rigidità, sia la fontana del “villaggio globale” per dissetarsi alle sorgenti della vita. Per questo non bastano i sacerdoti, che restano essenziali, ma bisogna aprirsi a una dimensione corale di presenza dei laici nel mondo e nella storia. Occorre fare oggi per scelta, ciò che bisognerà fare domani – e non è molto lontano – per forza. Il futuro incombe ed è necessario un coraggioso cambio di mentalità.

Ha un dono o un sogno nel cassetto?        
Il mio sogno del cassetto è semplice: che si apra una stagione di maggior attenzione all’educazione degli adolescenti e dei giovani. Un tempo dove si rinnovi l’alleanza tra famiglia, scuola, comunità (cristiana) e società. Dobbiamo dire che qui sta il più grande “capitale umano” su cui possiamo investire e che diventar grande è un’impresa altrettanto importante per una città e un paese come la crescita economica. Una società dell’abbondanza che non largheggia nelle risorse e nelle presenze date all’educazione muore di beni, perché è povera di significati con cui sognare il domani.
Paolo Usellini