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Ecco il testo della lettera del Vescovo per le vittime del Mottarone

Una riflessione molto articolata quella che il Vescovo ha dedicato alla tragedia di Stresa

Ecco il testo della lettera del Vescovo per le vittime del Mottarone
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Ecco il testo letto poco fa dal Vescovo Franco Giulio Brambilla in occasione della messa in ricordo delle vittime della tragedia della funivia.

Ecco il testo del Vescovo Brambilla

Il Vescovo della Diocesi di Novara Franco Giulio Brambilla ha celebrato quest'oggi una messa in onore delle vittime della tragedia della funivia del Mottarone. "Il grave incidente, avvenuto esattamente un mese fa, nei pressi dell’impianto della funivia del Mottarone - scrive il Vescovo - ha toccato nel profondo tutti noi. Chi abita in questo anfiteatro stupendo si è sentito coinvolto perché il trasporto a fune è un mezzo che appartiene al sistema di collegamenti che per molta nostra gente è lavoro e fa parte dello sviluppo turistico del nostro territorio. Quattordici morti, tra cui alcuni bambini, creano un’angoscia e un dolore indicibili.
Questo momento è per chi crede un tempo di preghiera, di affidamento, di richiesta di perdono, per la troppa superficialità con cui talvolta trattiamo la vita. Anche per chi non crede è comunque un gesto per lasciar emergere i sentimenti di condivisione e poter ripartire con grande senso etico e maggior impegno nel proprio cammino. Affidiamo alla Madonna della Neve, venerata nella chiesetta qui vicino, questi defunti, i familiari e coloro che a vario titolo sono stati coinvolti in questa drammatica vicenda. Io stesso ho saputo del tragico evento quasi in diretta, perché ero alle 12:15 collegato con il Parroco di Stresa per il giorno di Pentecoste, e solo dopo pochi minuti alle 12:45 don Gianluca mi ha richiamato dandomi la triste notizia. Lo stesso Papa Francesco, il giorno seguente durante l’Assemblea dei Vescovi, mi ha manifestato un intenso cordoglio, che ha espresso poi nel telegramma che mi ha inviato attraverso il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin".

Il primo spunto di riflessione e la consolazione del Signore

"Vorrei ora - ha aggiunto Monsignor Brambilla - solo proporvi due spunti di riflessione per sostenere la nostra preghiera e la condivisione di affetto e di carità con le famiglie delle vittime, così gravemente colpite, ricordando anche la famiglia dei nostri fratelli maggiori ebrei, con il piccolo Eitan.

La prima lettura, tratta dal Libro di Isaia, ci presenta una scena, in cui proprio sul monte Sion, a Gerusalemme, tutti i popoli convergeranno verso il Signore. Lì sul monte, Dio preparerà un banchetto abbondante per tutti i popoli perché si affratellino, venga tolto «il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni». Il profeta aggiunge al centro della scena: «Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto». Vorrei che tutti sentissimo il balsamo della consolazione scendere su di noi in questa profezia che dischiude il nostro destino futuro. Il monte è il luogo dell’incontro con Dio e in ogni tempo le persone sono salite sul monte per uscire dal lavoro usato e dalla vita di ogni giorno e donarsi tempo e spazio per rigenerare se stessi e incontrare Dio. Anche il Mottarone, un monte dal quale si vedono, in uno spettacolo indimenticabile, fino a sette laghi, era la mèta di queste famiglie nel primo giorno di riapertura dopo il lungo periodo di lockdown, alla ricerca di un momento di serenità e di pace. Avevano scelto un posto in alto per guardare il mondo con l’orizzonte della speranza, per togliere il velo che da oltre un anno gravava sui nostri volti e che ci aveva costretto a vivere segregati nelle nostre case. Un giorno spensierato da passare con i legami familiari, perché sul monte tutti possono salire e la montagna attrae ogni popolo e nazione. Per questo sentiamo come una grande tragedia che questa occasione di distensione e di incontro, di fraternità e di condivisione, si sia trasformata in un abisso di morte, per l’incuria e l’irresponsabilità di chi ha messo a repentaglio vite umane per facili guadagni. È un pensiero che, oltre le responsabilità penali di competenza della magistratura, ci stringe il cuore, perché ci richiama tutti alla responsabilità morale di chi sovrintende alle regole di sicurezza per i mezzi di collegamento e di ogni altro strumento che ha a che fare con la vita. Non si possono mandare allo sbaraglio persone ignare alla ricerca di un momento di serenità, barattando la vita con ogni altro tipo di interesse o di superficialità professionale o amministrativa. Preghiamo, perché ritornando qui ogni anno a ricordare le vittime di questa grande tragedia, possiamo di nuovo dire: «la mano del Signore si poserà su questo monte». Signore, donaci sempre di essere responsabili del nostro lavoro, vigili sulle regole che assicurano la vita delle persone, generosi nel mettere a disposizione risorse che rispettino la sicurezza e sostengano tutto ciò che facilita la comunicazione e la fruizione dei beni della nostra terra. Il Signore ci ha donato un paesaggio incomparabile, non possiamo ferirlo con le nostre azioni improvvide, non possiamo sciuparlo, rimanendo miopi e insensibili. Mettiamo, invece, in opera le condizioni per un’ospitalità autentica, accogliente, come è nella migliore tradizione della gente della nostra terra. I molti che lavorano onestamente per rendere la città di Stresa, con il suo comprensorio, la perla del Lago Maggiore, non possono essere danneggiati da pochi senza scrupoli!".

Il secondo spunto: un legame ci tiene uniti indissolubilmente

"Eppure noi - prosegue la lettera - sentiamo che le nostre parole chiedono uno scatto etico e non bastano a placare il nostro cuore e ad aprire un orizzonte di speranza. Neppure servono a dare consolazione alle famiglie delle vittime. Quando chiamiamo così – vittime – i morti del Mottarone, abbiamo già perso il loro volto singolare, e non possiamo dire al piccolo Eitan, perché non ci sono più il suo papà, la sua mamma e il suo fratellino. Davanti al loro volto e al loro nome la nostra parola si spegne in gola. Vorremo poter asciugare le lacrime, ma non ne siamo capaci. Sperimentiamo l’impotenza della nostra parola e dei nostri discorsi. Vorremmo almeno nel silenzio dire i nomi di coloro che sono stati strappati al nostro sguardo: Amit Biran e Tal Peleg (papà e mamma) con il piccolo Tom (fratello di Eitan); Barbara Cohen Konisky e Itshak Cohen (i nonni); Serena Cosentino e Mohammadreza Shahaisavandi (fidanzati); Silvia Malnati e Alessandro Merlo (fidanzati); Roberta Pistolato e Angelo Vito Gasparro (sposi); Vittorio Zorloni e Elisabetta Persanini (mamma e papà) con il piccolo Mattia. Il Vangelo di Giovanni, con il racconto della risurrezione di Lazzaro, ci indica forse uno spiraglio, perché ci presenta il gesto eloquente di Gesù di recarsi il terzo giorno a trovare il suo amico che è molto malato. «Le sorelle [Marta e Maria] mandarono a dirgli: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”». Ma Gesù arrivato trova Lazzaro già morto. L’evangelista inserisce un brano emozionante, che sembra una digressione: Marta annuncia a Maria – ecco tornano i nomi dei parenti – che il Maestro è arrivato, anche se in ritardo. Maria esce in fretta per andare incontro a Gesù, ma questo repentino gesto viene interpretato ancora nella direzione della tristezza delle lacrime: «Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro». Maria in realtà sta andando incontro a Gesù per fargli la domanda delle domande, che fa venire le lacrime agli occhi del lettore di ogni tempo: «Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”». Signore se tu fossi stato qui… Anche noi diciamo: Signore dov’eri? Lo diciamo spesso quando non sappiamo cosa dire, anche quando sappiamo che ne siamo in qualche modo responsabili…
Gesù però non parla, ma fa un gesto eloquente, si fa prossimo e piange con noi e come noi: «Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Gesù guardando noi che piangiamo i nomi e i volti di questi fratelli sventurati, scoppia in pianto con noi, prende le nostre lacrime e le fa diventare le sue. Rende prezioso il pianto dei familiari, della gente buona e onesta, perché ci accorgiamo come è mortifero il nostro agire distratto, superficiale, interessato egoista, quando non ci si rende conto che a farne lo spese sono gli innocenti e i bambini, questi volti che potevano essere quelli del mio papà e della mia mamma, dei nostri nonni e dei nostri figli… Qui la nostra parola si ferma. Resta solo il pianto di Gesù che assume le nostre lacrime, le mette nel suo calice d’amore, e le attraversa tutte, perché nessuno mai le possa dimenticare. Poi chiama alla vita l’amico Lazzaro. Noi non ne siamo capaci: possiamo solo attendere che egli ci doni un po’ di consolazione e di speranza. Noi stiamo qui accanto a Gesù, ci stringiamo ai familiari di questi nostri fratelli che ci sono diventati cari, e ascoltiamo Gesù che dice: «Io sono la risurrezione e la vita», perché egli è il Figlio inviato dal Dio Eterno, che è il Dio dei viventi!
Da qui in avanti la nostra voce si fa preghiera, silenziosa, sobria, pudica e di poche e misurate parole, perché sia semplice eco della sua Pasqua. Come dice l’angelo della risurrezione alle donne: «Non cercate tra i morti il Vivente, è risorto, non è qui!». Se le nostre lacrime rimangono, esse sono asciugate dalla sua mano pietosa, perché nessuno più dimentichi quanto dolore devastante la nostra incoscienza può provocare sulla faccia della terra. Certo anche noi, come alcuni dei Giudei, possiamo dire protestando: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Risposta non c’è: resta il silenzio, perché ciascuno di noi diventi un po’ più responsabile di fronte al legame che tutti ci tiene uniti. Indissolubilmente!".

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