Un presidio per non dimenticare e chiedere con forza la liberazione di Ahmadreza Djalali.
Il presidio a Novara
Sabato 11 aprile, a Novara, il gruppo locale di Amnesty International Italia ha organizzato un’iniziativa pubblica in occasione del decimo anniversario della detenzione dell’accademico svedese-iraniano, già ricercatore presso l’Università del Piemonte Orientale.
Djalali è stato arrestato in Iran nel 2016 con l’accusa di spionaggio e condannato a morte al termine di un processo considerato gravemente iniquo. Nel corso di questi dieci anni, secondo quanto riportato dalle organizzazioni per i diritti umani, ha subito violazioni continue, tra cui isolamento prolungato, torture e negazione dell’assistenza legale. Le sue condizioni di salute rimangono critiche e la famiglia ha frequentemente segnalato difficoltà nel ricevere informazioni affidabili.
Il presidio ha visto la partecipazione di cittadini, attivisti, docenti e rappresentanti delle istituzioni, tra cui alcuni professori dell’ateneo piemontese, colleghi del ricercatore.
Tra i presenti, il consigliere regionale Domenico Rossi, ha evidenziato la gravità della situazione: «Sono passati esattamente 10 anni dal giorno in cui la vita di Ahmadreza Djalali è stata interrotta da un arresto arbitrario in Iran. Dieci anni di prigionia disumana, di diritti calpestati e di una condanna a morte che pende sulla sua testa come un inaccettabile ricatto».
Rossi ha ricordato il legame tra il ricercatore e il territorio novarese: «Oggi ero in piazza a Novara, la sua città accademica e adottiva, per unire la mia voce a quella di Amnesty International, dei suoi colleghi dell’Università del Piemonte Orientale e dei tanti cittadini che si sono mobilitati. La nostra comunità non si è mai voltata dall’altra parte e non lo farà certo ora».
Nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza di un impegno concreto da parte delle istituzioni: «Dal Piemonte mandiamo un messaggio chiaro: il Governo italiano e l’Unione Europea devono intensificare gli sforzi diplomatici. Non possiamo accettare rinvii o silenzi: è necessaria una pressione reale per salvargli la vita e riportarlo a casa».
L’iniziativa si inserisce nelle mobilitazioni per mantenere alta l’attenzione sul caso di Ahmadreza Djalali, simbolo di una battaglia per i diritti umani che, a dieci anni di distanza, resta ancora aperta.