Processo 'drangheta

"Sono bipolare" l’ex-assessore Rosso a processo

"Alterno momenti di euforia a momenti di depressione, ma non ho pagato per pacchetti di voti".

"Sono bipolare" l’ex-assessore Rosso a processo
Attualità 07 Maggio 2021 ore 11:31

Disturbo bipolare e problemi psichici: questa è la carta giocata dall’ex-assessore regionale Roberto Rosso davanti ai giudici al fine di giustificare i suoi comportamenti che lo hanno portato in carcere per voto di scambio e favoreggiamento, lo riportano i colleghi di primatorino.it

‘Ndrangheta molto radicata

Il tutto, ovviamente, secondo l’accusa. Per la precisione si parla di ‘ndrangheta calabrese, fortemente radicata in Piemonte come dimostrano anche gli ultimi casi di cronaca (Volpiano, Torino e Alessandria). L’avvocato nato a Casale Monferrato, dopo una carriera politica di tutto rispetto fra Regione Piemonte e Parlamento, è stato arrestato a fine 2019. L’accusa era di aver raggiunto con la ‘ndrangheta un accordo: 15.000 euro in cambio dei voti di affiliati e amici del clan Bonavita. Rosso all’epoca era assessore regionale (si è dimesso) ed è stato espulso dal partito Fratelli d’Italia scatenando un vero e proprio terremoto politico, oltre che giudiziario. Difeso dagli avvocati Giorgio Piazzese e Franco Coppi, è ora agli arresti domiciliari dopo aver fatto cento giorni di galera.

La dichiarazione spontanea

Ha spiegato così il suo comportamento:

“Sono affetto della sindrome bipolare e alterno momenti up ad altri down; nei momenti di euforia le campagne elettorali erano la mia droga. Ho letto e riletto le ordinanze in cui mi si accusa e da un anno e mezzo mi chiedo come possa essere finito in una situazione del genere. Durante un interrogatorio ero uscito con una battuta infelice dicendo che forse ero da perizia psichiatrica. Grazie al percorso di psicoterapia che da quel momento il Tribunale mi ha concesso di fare, ho capito che sono affetto da disturbo bipolare”.

Questa è stata una dichiarazione spontanea in sede di giudizio, prima di sottoporsi alle domande del pm Paolo Toso al processo “Fenice-Carminius” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte.

I soggiorni obbligati Anni 70

Infiltrazioni che, pare proprio di poter dire, sono più che assodate e derivano in gran parte dalla scellerata politica dei soggiorni obbligati messa in atto da vari Governi negli Anni 70. I boss di mafia e ‘ndrangheta venivano trasferiti al Nord con tutto il parentado per “estirpare” la malapianta dalla sua radice territoriale. Peccato che poi la malavita organizzata si sia ben presto ambientata anche al Nord ramificandosi e controllando il territorio. In Piemonte (Volpiano, Carmagnola) o Lombardia (Corsico, Buccinasco) o Veneto (Eraclea, San Donà) poco cambiava: il risultato è sempre stato un peggioramento del tessuto sociale e politico oltre che giudiziario. Sia come sia, Rosso ha detto di essere bipolare e di non aver mai pagato per pacchetti di voti; l’accusa ipotizza invece un versamento di 15.000 euro in cambio dei consensi elettorali “illeciti”.