5 anni fa il delitto che “svegliò” il Novarese

5 anni fa il delitto che “svegliò” il Novarese
24 Gennaio 2015 ore 16:24

NOVARA – Erano le 19.05 del 20 gennaio – un mercoledì freddo e nebbioso – di 5 anni fa quando Giuseppe Martinelli salutò i Marcoli padre e figlio e lasciò gli uffici della cava romentinese, in località Torre Mandelli, nella vallata del Ticino, essendo sfumata la programmata riunione per la costituzione di una nuova società, causa un contrattempo di lavoro che aveva impedito a Carmine Penta di essere presente. Alle 9.06 Martinelli, in auto, chiamò al telefono Francesco Gurgone (e questa telefonata – interpretata dagli inquirenti come una sorta di via libera all’azione – gli costò l’arresto, poi annullato dal Tribunale del riesame), e lo informò appunto che la riunione non c’era stata. Poco meno di due minuti dopo, a quanto pare mentre tale telefonata era ancora in corso, entrò in azione il commando che era già appostato fuori dalla cava: Andrea Mattiolo restò al volante dell’auto, Vincenzo Fagone, armato, indicò Ettore a Giuseppe Lauretta, e quest’ultimo, nell’ufficio, gli sparò due colpi, il secondo dei quali purtroppo letale. Poi 

NOVARA – Erano le 19.05 del 20 gennaio – un mercoledì freddo e nebbioso – di 5 anni fa quando Giuseppe Martinelli salutò i Marcoli padre e figlio e lasciò gli uffici della cava romentinese, in località Torre Mandelli, nella vallata del Ticino, essendo sfumata la programmata riunione per la costituzione di una nuova società, causa un contrattempo di lavoro che aveva impedito a Carmine Penta di essere presente. Alle 9.06 Martinelli, in auto, chiamò al telefono Francesco Gurgone (e questa telefonata – interpretata dagli inquirenti come una sorta di via libera all’azione – gli costò l’arresto, poi annullato dal Tribunale del riesame), e lo informò appunto che la riunione non c’era stata. Poco meno di due minuti dopo, a quanto pare mentre tale telefonata era ancora in corso, entrò in azione il commando che era già appostato fuori dalla cava: Andrea Mattiolo restò al volante dell’auto, Vincenzo Fagone, armato, indicò Ettore a Giuseppe Lauretta, e quest’ultimo, nell’ufficio, gli sparò due colpi, il secondo dei quali purtroppo letale. Poi la fuga dei tre, che si ricongiunsero con Gurgone nel piazzale di un distributore di Vespolate, presente Alessandro Cavalieri, per poi andare tutti insieme a cena in un ristorante di Cilavegna. Alla cava i  due colpi di fucile erano stati uditi da Ezio Marcoli e dal suo collaboratore Mauro Ruaro, da una struttura adiacente: corsero fuori, nel cortile, intravedendo due ombre saltare su un’auto, allontanatasi poi a forte velocità. Subito dopo il tragico rinvenimento di Ettore in una pozza di sangue, la vana richiesta di soccorso, l’allarme alle Forze dell’ordine.

A 5 anni di distanza da quei tragici fatti – e con la Giustizia che ha fatto il suo corso con 5 condanne definitive e uno strascico di indagine – Ettore Marcoli è stato ricordato martedì alle 18 con una messa di suffragio celebrata nella chiesa di San Martino, presenti famigliari, parenti, amici e conoscenti. «Bisogna avere forza e fede soprattutto nei momenti in cui si è in difficoltà – il concetto espresso dal sacerdote nell’omelia – ognuno di noi nel dolore deve reagire e mai abbattersi».

Un delitto che “svegliò” il Novarese.

Paolo Viviani

Leggi tutto il servizio sul Corriere di Novara di sabato 24 gennaio 2015

 

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