Il caso

Contro i cinghiali nei campi una petizione in Regione

Il documento firmato da numerosi agricoltori è firmato da un comitato spontaneo

Contro i cinghiali nei campi una petizione in Regione
Cronaca 23 Maggio 2021 ore 07:00

Contro i cinghiali che provocano danni nei campi coltivati gli agricoltori del territorio hanno organizzato una petizione che è stata presentata in Regione.

Le ragioni della protesta

Sta facendo decisamente discutere la dura presa di posizione degli agricoltori piemontesi nei confronti del problema della presenza dei cinghiali e degli altri animali selvatici nei campi coltivati. La petizione presentata nei giorni scorsi in Regione rappresenta un lucido intervento riguardo alle modalità con le quali è stata gestita finora l’emergenza cinghiali. Tra i firmatari (che si definiscono Comitato amici degli ambienti rurali piemontesi), tutti slegati dalle tradizionali associazioni di categoria degli agricoltori, ci sono moltissimi addetti ai lavori della zona che va da Castelletto a Divignano e Agrate fino a tutto il Novarese, una delle aree maggiormente interessate dall’incremento del numero degli esemplari dannosi. I membri del comitato spontaneo lanciano l’allarme e definiscono la situazione ormai “insostenibile”. Nel testo della petizione si sottolinea come la presenza dei cinghiali sia cresciuta in modo progressivo, soprattutto in certe zone, determinando ripercussioni su diversi fronti. Quella che nel documento viene definita una “specie invasiva”, ha provocato infatti danni ingenti in tutti i comparti agricoli, distruggendo i raccolti e provocando una riduzione dei ricavi e un aumento dei costi aziendali.

"Non vogliamo che nelle nostre zone si vivano i problemi visti a Roma"

"L’imprenditore agricolo - scrivono i rappresentanti del comitato - per poter garantire un reddito dignitoso a sé e alla propria famiglia, deve intervenire anche sull’organizzazione aziendale; gli effetti sono già visibili in moltissime realtà rurali: generale semplificazione dei sistemi colturali, impossibilità di coltivare colture, anche di pregio, storicamente presenti sui territori (es: vite, nocciolo), con conseguente maggiore rischio di abbandono e degrado degli areali interessati. La scomparsa dell’agricoltura dai territori indubbiamente si rifletterà in modo negativo sull’occupazione e sul turismo rurale". Le altre criticità sottolineate dai rappresentanti del comitato sono legate ai danni subiti dagli ecosistemi, la limitazione delle biodiversità, la riduzione della sicurezza stradale e il maggiore rischio di propagazione delle malattie come la peste suina. "Non vogliamo che nelle nostre zone si verifichino problemi come quelli che si sono visti a Roma e in altre parti d’Italia - dice un agricoltore castellettese, tra i firmatari della petizione - dove ormai i cinghiali si presentano nelle città comportandosi come se fosse casa loro. Ogni volta che partorisce, un cinghiale dà alla luce anche 10 piccoli. E con l’abbondanza di nutrimento che si trova sul territorio e la bassa mortalità che ci sono, si capisce come questi animali stiano colonizzando le nostre terre. Noi non vogliamo accusare nessuno, ma bisogna una volta per tutte dimostrare di avere rispetto per il comparto agricolo e attuare delle soluzioni concrete al problema".

Le richieste avanzate a Torino

E infatti gli agricoltori che aderiscono al comitato propongono una serie di spunti e di richieste che dovrebbero smuovere la politica. "La gestione dell’ungulato - scrivono - non può essere delegata in toto a chi ha creato il problema, in quanto la specie di cinghiale ora presente sul nostro territorio è stata immessa per scopi venatori, quindi per attività ludico-creativa. Chi pratica la caccia al cinghiale per sport solitamente non ha interesse a risolvere il problema. Si chiede che l’ente pubblico preposto si occupi direttamente della gestione della specie e del suo eventuale contenimento". Gli agricoltori chiedono quindi di sottoporre la caccia a una gestione scientifica, andando a incidere maggiormente sugli esemplari in età riproduttiva. I firmatari chiedono anche di ripensare l’utilizzo delle risorse economiche pubbliche, oggi destinate quasi esclusivamente agli indennizzi per i danni. "Si richiede - recita il documento - l’incremento del personale qualificato stabilmente operativo o della creazione di una figura ad hoc che si occupi della gestione della popolazione dell’ungulato". Sul tema degli indennizzi poi, gli agricoltori rilevano che spesso i fondi arrivano troppo tardi e non sono commisurati ai reali costi di produzione e chiedono risarcimenti dei costi per l’acquisto delle barriere di protezione alle colture. Un altro punto su cui il comitato insiste riguarda il rifiuto della proposta di filiera della carne di cinghiale, avanzata nel dibattito regionale. "Legittimerebbe l’aumento della popolazione di ungulati", scrivono i firmatari e rischierebbe di regolarizzare un mercato sommerso della carne di cinghiale. "In questa fase cerchiamo di lanciare il nostro messaggio in tutte le occasioni possibili - dice il coltivatore castellettese - è necessario che gli amministratori e tutta la cittadinanza ci sostengano, perché il livello è diventato ormai insostenibile".