Solidarietà

Da Borgomanero a Sabra e Shatila in Libano: “Un seme di speranza e di futuro”

Le riflessioni di Mario Metti e la cronaca del viaggio in Libano dei volontari.

Da Borgomanero a Sabra e Shatila in Libano: “Un seme di speranza e di futuro”
Borgomanero, 11 Febbraio 2020 ore 10:40

Un gruppo di volontari dell’associazione Mamre è stato in Libano, dove ha portato aiuti per l’acquisto di una scuola nel campo di Sabra e Shatila.

Da Borgomanero a Sabra e Shatila in Libano: le parole di Mario Metti

Mario Metti, presidente dell’associazione Mamre che in città da oltre 20 anni gestisce una casa di accoglienza per donne in difficoltà, è stato in Libano assieme a un gruppo di volontari. Il gruppo ha consegnato dei fondi raccolti per permettere, a un’associazione locale, l’acquisto di una scuola per i bambini del campo profughi di Sabra e Shatila. Il gruppo ha visitato il paese nel periodo in cui nel mondo si celebra la Giornata della Memoria, e proprio da questo elemento ha preso il via una riflessione che lo stesso Metti ha stilato, e che di seguito proponiamo integralmente.

27 gennaio: giorno della memoria. Il ricordo presente e vivo della tragedia dell’Olocausto, dalle 15 alle 17 milioni di persone uccise, tra le quali 6 milioni di ebrei e poi rom, sinti, jenisch, portatori di handicap e altri. Con Piergiorgio Fornara, Gabriele Sala, Barbara Taccone, Sergio Vercelli e Gabriele Pezzotta, accompagnati da padre Abdo Raad, lunedì 27 gennaio eravamo in Libano, a Beirut, nel campo palestinese di Sabra e Shatila. Qui, in questo km quadrato dove vivono 25mila persone con posti di blocco militarizzati e telecamere a ogni ingresso, è vivo il ricordo della strage avvenuta tra il 16 e il 18 settembre 1982 con due, forse tremila morti tra donne, bambini e anziani, orrendamente trucidati dalle falangi libanesi appoggiate dall’esercito israeliano per vendicare l’assassinio del loro neoeletto presidente Bashir Gemayel. Anche il nostro grande presidente Sandro Pertini lo ricordò in un messaggio di fine anno come uno dei più orrendi massacri e Robert Fisk, giornalista inglese, tra i primi a entrare nel campo subito dopo il massacro, nel suo articolo scrisse, fra l’altro: «Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare…».

Liliana Segre: “Siate farfalle che volano sopra i fili spinati”

La riflessione del presidente di Mamre continua prendendo spunto dall’esortazione della senatrice Liliana Segre al Parlamento europeo:

Liliana Segre nel ricordare la tragedia dell’Olocausto al Parlamento europeo ha detto: «Siate farfalle che volano sopra i fili spinati». Ecco, camminando tra le strette viuzze del campo di Shatila dove il Sole fatica a portare la sua luce perché le case alte come mattoncini di Lego grigi, sporchi, adagiati uno sull’altro e percorsi da ogni lato da un intreccio fine di cavi elettrici, è difficile “volare oltre”, credere sia possibile un domani diverso, ma poi, sembra incredibile, ma camminando incontri le persone, tanti bambini, i piccoli spacci dove puoi trovare un po’ di tutto, l’ambulatorio del dentista, il consultorio e capisci che la vita comunque vince sempre e lo comprendi ancor di più quando arriviamo alla sede della locale associazione e incontriamo il presidente Ahmad Shawish. Doniamo i locali poco prima acquistati per far sì che tanti bambini, ma dice Ahmad, anche le loro mamme, possano usufruirne come scuola, centro educativo, e ne parla con entusiasmo, con parole di speranza, di pace, di futuro. Resilienza la chiamiamo, forza dello Spirito che Dio ci dona aggiungo: la targa che Giorgio ha fatto preparare e che verrà posta all’ingresso ha la scritta “Mamre”, il luogo dove Abramo e Sara accolsero i tre divini messaggeri che annunciarono a loro, ormai anziani, la nascita di un figlio.

Il duplice significato del dono della scuola

Questo progetto che grazie a tanti amici dell’associazione abbiamo portato a termine ha un duplice significato: quello di far conoscere realtà vicine e lontane da noi dove si può leggere negli occhi delle persone la “fatica di vivere”, dove ci sono precise responsabilità da parte della comunità internazionale per le condizioni difficili nelle quali si trovano, ma dove si vive un’accoglienza che noi abbiamo dimenticato, una convivenza tra ben 18 confessioni religiose diverse, dove si respira, tra tanta fatica, la speranza di una vita diversa, dove si incontrano comunità giovani, famiglie con tanti bambini. Quindi “conoscere” e far conoscere, abbattere i muri che abbiamo dentro di noi e cercare di capire cosa avviene nel mondo e riscoprire la fratellanza, il riconoscerci figli di uno stesso Dio e quindi fratelli che si tendono la mano per aiutarci a vicenda.

“Un piccolo seme di speranza e pace”

Il centro educativo che abbiamo donato è un piccolo seme di speranza e di pace, ma che, ne sono certo, si radicherà e porterà frutti. Con padre Abdo e accompagnati da Salim e da Wissam siamo stati a Tiro dove abbiamo partecipato alla messa nella cattedrale di Saint Thomas, celebrata dal vescovo greco cattolico con il quale abbiamo poi avuto un interessante incontro durante il quale ha raccontato come la presenza dei cristiani è in continua diminuzione (circa il 15 per cento), la povertà in crescita e le risorse economiche della chiesa cristiana ridotte al lumicino. A fatica riesce a raccogliere mille dollari al mese per aiutare tante famiglie. E allora ci domandiamo: perché non aiutare questa chiesa cristiana che vive nei luoghi dove ha camminato Gesù? Qui Gesù guarì la figlia di un donna siro-fenicia (Mt 15, 21-28) e lasciato il vescovo passiamo davanti ed entriamo proprio nella chiesetta fatta sorgere dove si dice che sia avvenuto l’incontro tra Gesù e la Cananea..

Incontriamo anche una sera a cena dalla sorella di padre Abdo dieci manifestanti, avvocati, insegnanti, un commercialista e una giornalista che ci hanno spiegato le ragioni delle manifestazioni contro il governo accusato di corruzione e di aver rubato i risparmi del popolo: si parla di oltre 135 miliardi finiti in qualche banca svizzera con il risultato che i libanesi non possono prelevare più di 250 dollari alla settimana con le ripercussioni per imprenditori e commercianti facilmente immaginabili. Chiedono la restituzione di questo denaro e un governo tecnico che possa condurre democraticamente questo bellissimo paese adesso inchiodato con il 50 per cento di disoccupazione, 6 ore di elettricità al giorno, niente acqua potabile, servizi pubblici quasi nulli. Un paese grande come la regione Abruzzo, che potrebbe vivere di turismo, grazie alla bellezza del paesaggio, del mare, della natura, dell’arte, dei siti archeologici.

Abbiamo visitato due campi profughi. Uno a Aanout vicino a Beirut dove vivono una settantina di persone alle quali abbiamo lasciato generi alimentari acquistati in loco. Un campo che avevamo visitato anche lo scorso anno dove all’interno di tende fornite dall’Unhcr le persone, tutte siriane, cercano di mantenere gli spazi puliti: c’è povertà, ma non miseria. Diversamente da questo è il campo che abbiamo visitato nella valle della Bekaa, un centinaio di persone, pochi uomini, tantissimi bambini, giovani ragazze e donne. Appena scesi dall’auto si avvicinano alcuni bambini, piccoli, alcuni a piedi nudi, sporchissimi, tra le tende scorrono rigagnoli di liquami, una ragazza mi guida tra le tende ed ecco da una escono uno dopo l’altro nove bambini, tutti a piedi nudi. Sono anche loro profughi siriani, ma qui non è più povertà, ma miseria.

Prima di partire per questo viaggio in Libano erano sorte delle preoccupazioni destate dalle immagini della televisione relative alle manifestazioni della popolazione contro il governo, ma padre Abdo ci aveva subito tranquillizzato dicendo che se non fossimo riusciti a rispettare il programma che ci eravamo prefissati avremmo manifestato anche noi in piazza contro i politici corrotti. Una sera nella piazza dei Martiri dove si trova la grande moschea siamo passati davanti ai manifestanti intenti a guardare un video sul grande schermo all’aperto, e ai militari, e tutto sembrava tranquillo. Mentre eravamo in auto per ritornare in albergo, l’autista ci ha fatto vedere un video in diretta proprio da quella piazza dove eravamo stati venti minuti prima e che in quel momento era teatro di scontri tra l’esercito e i manifestanti.

Un grazie a coloro che hanno sostenuto questo progetto, e un grazie di cuore a padre Abdo, fedele testimone del Vangelo della misericordia che come diceva don Lorenzo Milani: «Io insegno come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutti». E dal Libano torniamo ricordando queste parole: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Lv 19, 34). In Libano 6 milioni di abitanti, due milioni di profughi e rifugiati, 18 confessioni religiose. Esempio di convivenza. E noi?

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