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Invoriese in Nepal per scalare l'ottava montagna più alta del mondo

Francesco Bon racconta la sua esperienza

Invoriese in Nepal per scalare l'ottava montagna più alta del mondo
Cronaca Arona, 01 Novembre 2019 ore 07:00

Invoriese in Nepal per tentare la scalata del Manaslu. Francesco Bon racconta la sua avventura da alpinista.

Invoriese in Nepal sulle cime più alte

"Quando sono lassù in mezzo al bianco della neve, la mente si libera dei pensieri e sento di essere al posto giusto".  Sono parole di Francesco Bon, 32 anni, dipendente dell'azienda Leonardo Spa di Vergiate, ma alpinista per vocazione. Anche volontario dell'Aib invoriese e del 118 di San Maurizio d'Opaglio, è partito l'8 agosto per tornare martedì 8 ottobre. Si è diretto in Nepal per scalare il Manaslu, l'ottava montagna più alta del mondo che si trova nella catena dell'Himalaya. Non è riuscito nell'impresa ma ha collezionato un'esperienza di vita di raro valore.

Un'avventura incredibile

"Ho scelto un'impresa del genere – ammette Bon - perché i suoi 8163 metri di altezza fanno girare la testa e stimolano. Ci sono andato con Cristina Piolini di Premosello Chiovenda, una fortissima alpinista di fama nazionale. Ci siamo trovati in un bar e mi ha convinto a partire con grande vigore e generosità. Che onore: lei è la prima ad aver realizzato una discesa femminile in sci di quella montagna. All'inizio siamo stati due giorni fermi per comprare gas, generi alimentari e abbigliamento. Al campo base la temperatura stava a -10 gradi con molta umidità. In vari passaggi abbiamo raggiunto prima i 4800 metri, poi i 5800 con tutto quello che questo comporta: allestimento della tenda, lo sciogliere la neve nel fornellino da campeggio per cuocere noodles con grana e crackers. Senza dimenticare il thè, importante da bere di notte perché in quota ci si disidrata".

Il percorso è diventato estremamente arduo

"Al campo 2 - continua Bon - a 6400 metri dovevamo affrontare la parte più tecnica con attraversamenti di crepacci e il superamento di seracchi con corde fisse. A 20 minuti dall'arrivo purtroppo ho dovuto fare marcia indietro: acqua finita e un forte affanno al cuore. Cristina, che stava davanti a me di 15 minuti, è invece giunta al traguardo. Quella notte mi sono addormentato solo alle 2, ero devastato da rabbia e adrenalina, ma ho visto scenari naturali strepitosi e poi stare 35 giorni in tenda è qualcosa di impagabile. Durante la notte bisognava attraversare un ruscello per andare in bagno, occorreva lavare i denti sotto la pioggia e che dire delle tante notti a liberare la neve da sopra la tenda per non bloccare l'ossigeno e la respirazione".