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Ivan Luca Vavassori da Novara in Ucraina a combattere, il padre: "E' ancora vivo"

Il convoglio su cui viaggiava il ragazzo-combattente è stato attaccato dai russi.

Ivan Luca Vavassori da Novara in Ucraina a combattere, il padre: "E' ancora vivo"
Cronaca Novara, 26 Aprile 2022 ore 10:33

C'era apprensione circa la sorte del giovane, novarese d'adozione, Ivan Luca Vavassori: il convoglio su cui stava viaggiando in Ucraina era stato attaccato dai russi. Il padre in queste ore ha confermato che il ragazzo si trova in ospedale.

Ivan Luca Vavassori combattente in Ucraina

Nato vicino a Mosca, Ivan Vavassori è figlio adottivo di Pietro (ex patron della Pro Patria Calcio) e di sua moglie Alessandra Sgarella, imprenditrice novarese sequestrata dalla ‘ndrangheta negli anni Novanta e scomparsa nel 2011. Calciatore, ha giocato come portiere in Lega Pro nella Pro Patria, nel Legnano e nel Bra. Nei giorni dell’inizio dell’invasione russa, si stava allenando con una squadra in Bolivia quando ha scelto di partire per combattere. "La decisione di venire qui è stata presa perché quello che stava accadendo era disumano. Quando si passa a sparare a popolazione e bambini non si può stare fermi”, aveva raccontato a Sky TG24.

Dopo il benestare dell'ambasciata di Kiev in Italia, l'ex calciatore è entrato a far parte della 'Legione di difesa internazionale Ucraina', diventando il 'comandante Rome'. Partendo per l'Ucraina, l'ex calciatore aveva ricordato l'estrema difficoltà nella quale si sarebbe trovato ad operare. "La nostra - aveva scritto - sarà una missione suicida perché abbiamo pochissime unità contro un intero esercito, ma preferiamo provare. Morire vent'anni prima o vent'anni dopo, poco importa. Quel che importa è morire bene. Soltanto allora inizia la vita".

Il rapimento della madre

Alessandra Sgarella, novarese di nascita, gestiva insieme al marito, Pietro Vavassori, alcune attività imprenditoriali. Fu sequestrata mentre rientrava a casa a Milano l’11 dicembre del 1997 e liberata a Locri nove mesi dopo, il 4 settembre del 1998.

Del sequestro di Alessandra Sgarella si è parlato a lungo, tra le polemiche, perché la famiglia e gli investigatori hanno sempre negato che per il rilascio dell’imprenditrice sia stato pagato un riscatto. In realtà, il sospetto che la liberazione della Sgarella non sia stata a titolo gratuito, malgrado il blocco dei beni della famiglia, c'è sempre stato.

Per il rapimento dell’imprenditrice milanese nel novembre del 2003, con la sentenza emessa dalla quinta sezione penale della Corte di cassazione, sono diventate definitive le condanne per i dieci componenti della banda di sequestratori. Tutti assicurati alla giustizia ad eccezione di Francesco Perre, resosi irreperibile e la cui latitanza è finita proprio nel giorno in cui, ironia della sorte, Sgaramella moriva a causa di un male incurabile.

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