Lavora a Cameri

Marco, novarese, colpito dal Covid a 33 anni

E' finito anche in coma

Marco, novarese, colpito dal Covid a 33 anni
Ovest Ticino, 28 Giugno 2020 ore 05:42

«Quando ho saputo che dopo un mese e mezzo stavo per essere dimesso ho chiamato nell’ordine mia moglie, i miei genitori e, da buon toscano, il macellaio per farmi portare a casa una fiorentina».

La storia di Marco

Nemmeno il Covid-19, la febbre a 40 che non scendeva, le due settimane di terapia intensiva e il lungo isolamento hanno potuto fiaccare lo spirito positivo e la voglia di vivere di Marco, 33enne di origini toscane ma trapiantato nell’Ovest Ticino da circa 7 anni. Marco lavora come ingegnere aerospaziale a Cameri, è sposato e fino allo scorso febbraio conduceva una vita assolutamente normale tra lavoro, famiglia e i suoi amati cani. Poi è arrivata la pandemia, quel virus di cui a metà febbraio ancora si sapeva così poco e definito da molti come poco più di una influenza.

I sintomi

«Tutto è iniziato con dei sintomi abbastanza lievi – spiega – avevo un po’ di febbre, non particolarmente alta. Poi giorno dopo giorno la situazione è peggiorata, la temperatura, salita a 40 e non scendeva; è arrivata anche una forte tosse secca e mi sentivo girare la testa. Nei giorni precedenti avevo chiamato un paio di volte la guardia medica che mi aveva fatto le domande di prassi, quando poi il dottore mi ha visitato e ha rilevato un livello molto basso di saturazione (livello di emoglobina nel sangue, spesso indizio di una polmonite: ndr) sono stato portato all’ospedale Maggiore di Novara. Era il 9 marzo. Non ricordo tantissimo di quei momenti ma ero abbastanza tranquillo e fiducioso. Dopo la radiografia al torace che ha rilevato il danneggiamento dei polmoni, mi hanno ricoverato e sottoposto a una serie di esami e accertamenti».

Il coma

E il virus a quel punto si era fatto così tanto largo nel corpo di Marco da rendere necessario quella stessa sera lo spostamento in terapia intensiva per l’intubazione e il coma indotto: «Non ricordo quasi nulla dei momenti precedenti alla terapia intensiva – racconta – sono andato poi a rileggere qualche scambio di messaggi con mia moglie per ricostruire un po’ quei momenti».
Iniziano  le due settimane più critiche, quelle che Roberto, il papà di Marco, descrive così: «E’ stato un vero inferno… Io e la sua mamma eravamo bloccati in Toscana, dove viviamo, e siamo stati informati giorno per giorno dai medici… è stata davvero dura. Ci tengo davvero a ringraziare di cuore tutto il personale sanitario che ha preso in cura nostro figlio in questo periodo e le centinaia di persone  ci sono state vicine in questi due lunghissimi mesi».

La fine dell’inferno

Poi finalmente da quell’inferno Marco esce: «Mi sono svegliato e mi hanno portato prima in terapia sub intensiva e poi in casa di cura per completare la degenza. Appena sveglio ho avuto dagli infermieri il mio telefono che avevano messo da parte e il caricabatterie: ho chiamato mia moglie e i miei genitori… è stato davvero emozionante trovare tutti i messaggi degli amici e dei parenti che mentre ero in terapia intensiva mi avevano scritto,  pensato e avevano pregato per me».
Quelle sono settimane di isolamento in cui Marco non può vedere nessuno a eccezione del personale sanitario coperto da tutte le protezioni: «Vedevo dalla mia finestra le tende della Protezione civile allestite per l’emergenza ma sapevo poco di quello che accadeva fuori dalla mia stanza, certamente percepivo nelle parole e negli occhi di chi mi assisteva tutta la fatica e la preoccupazione che avevano addosso. Ma questo non ha mai impedito ad alcuno, medici, infermieri, operatori, di essere molto umano e gentile e cercare nei limiti del possibile di incoraggiarmi e farmi compagnia. In particolare poi con i fisioterapisti si passava sempre un’ora di buonumore!».

Poi finalmente il 25 aprile, data particolarmente appropriata viste le circostanze, Marco viene dimesso e torna a casa. E’ passato un mese e mezzo. «L’emozione provata nel rivedere mia moglie è indescrivibile – spiega – poi tornare a casa dai miei cani, l’accoglienza dei vicini… è stato tutto molto emozionante». Un’esperienza forte, che lascia il segno, nella mente, nell’animo e sul corpo: «Di quello che ho vissuto mi porto sicuramente alcune cicatrici sulla pelle e gli strascichi, fisici e neurologici, del coma, che ha comportato perdita di tono muscolare e alcune difficoltà di movimento. Per questo sto svolgendo regolarmente la fisioterapia». La voglia di ritorno alla normalità è grande, ed è proprio quella che ha spinto Marco a tornare già a lavoro tra quei colleghi che in questo periodo gli hanno dimostrato grande vicinanza e affetto.

Anna Carluccio

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