Tribunale

Omicidio di Pombia: chiesto uno sconto di pena per il complice del killer

Nessuna riduzione invece per Antonio Lembo

Omicidio di Pombia: chiesto uno sconto di pena per il complice del killer
Arona, 25 Febbraio 2020 ore 09:49

Omicidio di Pombia: al via del processo in secondo grado alla Corte d’Appello di Torino è stato chiesto uno sconto di pena per Angelo Mancino.

Omicidio di Pombia approda in Corte d’Appello

Delitto di Pombia: nessuno sconto di pena per Lembo. Mercoledì 19 febbraio, davanti ai giudici della Corte d’Appello di Torino, prima udienza del processo di secondo grado per il delitto avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 aprile 2017 nei boschi di Pombia, dove venne barbaramente ucciso Matteo Mendola, trentenne disoccupato, originario di Gela. A giudizio Antonio Lembo, 30 anni, di Busto, esecutore materiale e reo confesso, e il suo complice aretino, Angelo Mancino, di 40. Entrambi, al temine dell’abbreviato, erano stati condannati il 14 novembre 2018 a 30 anni di reclusione.

Si dovrebbe tornare in aula il 4 marzo

L’accusa, sostenuta dal procuratore generale, ha chiesto la conferma della pena per Lembo e 17 anni per Mancino. Si torna in aula il 4 marzo e la parola passerà ai difensori, Gabriele Pipicelli per Lembo e Fabrizio Cardinali e Alessandro Brustia per Mancino. Il 22 novembre 2019 era stato assolto dalla Corte d’Assise del tribunale di Novara l’imprenditore gelese Giuseppe Cauchi, 53 anni, indicato come l’ideatore e la mente del delitto. Il corpo senza vita di Mendola era stato notato da un pensionato nei pressi di un capannone di una fabbrica dismessa. Fatali, in quell’orrenda notte nella Valle del Ticino, due colpi di pistola all’addome, ma prima il giovane era stato massacrato col calcio dell’arma e con lo spigolo di una batteria d’auto esausta. Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo si erano presto indirizzate verso Lembo, Mancino e, appunto, Cauchi. Tutti e tre erano stati arrestati. Nei confronti di quest’ultimo, i giudici avevano però ritenuto insufficienti le prove a suo carico. Non era stato lui a ordinare l’omicidio. In aula, dov’erano comparsi anche i Ris, era successo un po’ di tutto. Dal confronto tra presunto mandante e killer, che si pensava potesse essere risolutivo per accertare la verità, non era emerso nulla che potesse dare una svolta, valutato che entrambi si erano trincerarti in una inspiegabile serie di “non ricordo”.

 

Top news
Glocal News
Foto più viste
Video più visti
Il mondo che vorrei
Curiosità