Tribunale

Omicidio di Pombia: Procura chiede il riesame per il caso del mandante

Una vicenda decisamente intricata su cui la Procura vuole vederci chiaro

Omicidio di Pombia: Procura chiede il riesame per il caso del mandante
Arona, 20 Luglio 2020 ore 09:39

Omicidio di Pombia: potrebbe non essere ancora detta l’ultima parola. La Procura ha chiesto il riesame per il caso del presunto mandante dell’assassinio di Matteo Mendola.

Omicidio di Pombia: si torna in aula

La Procura ha chiesto il riesame del caso Mendola. Secondo il pm Mario Andrighi, l’imprenditore edile gelese Giuseppe Cauchi, 54 anni, assolto nel novembre 2019 a Novara per l’omicidio di Pombia in cui fu ucciso il giovane operaio Matteo Mendola, deve tornare sul banco degli imputati. Per il pubblico ministero, i giudici della Corte di Assise non avrebbero tenuto conto di una serie di “passaggi importanti”, tra cui un certo “clima ostile” e soprattutto il ruolo del killer reo confesso (ma che poi ha ritrattato). Sette mesi e mezzo dopo la sentenza, si arriva dunque alla richiesta di appello. E non è certo una sorpresa, valutata la mole di lavoro che il pm aveva svolto per costruire il castello accusatorio nel quale la figura centrale era, per l’appunto, Cauchi, ritenuto ideatore e organizzatore del fatto. Il mandante, insomma.

I fatti al centro del processo

Il brutale assassinio avvenne la sera del 4 aprile 2017 nei boschi di Pombia. Il giovane Mendola era stato portato con l’inganno in località S. Giorgio e lì, a colpi di pistola e non solo, era stato ucciso dal killer Antonio Lembo, già condannato a 30 anni insieme al suo complice, Angelo Mancino. Entrambi ora attendono il giudizio della Cassazione. Il cadavere dell’operaio, a quanto pare giustiziato per una vecchia faccenda di soldi (in passato i familiari di Mendola avevano lavorato nei cantieri e forse avevano maturato un credito con Cauchi), era stato rinvenuto la mattina seguente da un pensionato che stava facendo una passeggiata nei boschi ed erano partite le indagini dei carabinieri. I militari avevano arrestato Lembo, ritenendolo l’esecutore materiale dell’omicidio, e il complice. In un primo tempo c’era pure stata l’ammissione di Lembo, che poi però aveva ritrattato. Per il pm Andrighi, però, vale a tutt’oggi la ricostruzione degli inquirenti e vale pure quella prima ammissione del presunto killer. Non ci sarebbero zone d’ombra e per questo ha fatto appello.

L’assoluzione

Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione dell’imprenditore edile gelese, depositate lo scorso mese di marzo, si leggeva invece che il 54enne non poteva essere l’ideatore del fatto di sangue, in quanto la sua individuazione come mandante era stata raggiunta solo in termini probabilistici. Era stato spiegato, infatti, che Lembo, che aveva cambiato più volte versione, e Mancino, non sarebbero risultati attendibili e che Cauchi non avrebbe avuto sufficienti motivi per far ammazzare quel giovane.

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