Cronaca

Operazione e trapianto, poi il decesso: perchè?

Operazione e trapianto, poi il decesso: perchè?
Cronaca 26 Gennaio 2016 ore 11:27

NOVARA -  Due operazioni - di minitoracotomia ai primi di febbraio 2014 in Cardiochirurgia al “Maggiore” di Novara e qualche giorno dopo un trapianto di cuore alle “Molinette” di Torino - e poi la morte, il giorno 24. Perché? I medici hanno fatto il possibile o qualcuno ha sbagliato? Lo stabilirà la magistratura, cui la famiglia del paziente, di 43 anni, si era rivolta tramite l’avvocato Mario Murano, del Foro di Roma. L’uomo era appunto purtroppo deceduto il 24 febbraio 2014 alle “Molinette” dopo un periodo di degenza a seguito del trapianto del cuore, effettuato in condizioni di «asserita emergenza - spiega il legale - dopo che il povero paziente era stato sottoposto ad un precedente intervento di minitoracotomia (meglio nota come chirurgia mininvasiva) alla valvola mitrale al  “Maggiore” di Novara il 5 febbraio da una equipe di Cardiochirurgia». I famigliari si rivolsero appunto alla Procura di Torino per chiarire le cause del decesso, e quest’ultima dispose il sequestro della salma, delle cartelle cliniche dei due citati nosocomi e dell’organo espiantato. Fu nominato un consulente tecnico, che escluse ogni responsabilità dell’equipe  torinese per la morte del paziente, di conseguenza la Procura subalpina trasmise gli atti a quella di Novara per le «determinazioni di competenza». Nella citata consulenza si raccomandava anche l’esecuzione di un «accertamento specialistico sulle modalità tecniche di esecuzione dell’intervento di sostituzione valvolare eseguito in data 5.2.2014», cioè il primo intervento appunto a Novara. La famiglia aveva già avuto dubbi: nella denuncia sosteneva che il congiunto era sempre stato bene e prima dell’operazione l’anamnesi «pur annoverante la malformazione congenita della valvola mitralica, non presentava altri fattori di rischio, essendo egli soggetto sano, non obeso e non fumatore». Inoltre il rischio di complicanze gravi negli interventi di chirurgia valvolare «era notoriamente basso, e nel complesso il tasso di mortalità associato alla chirurgia di riparazione della valvola mitralica era esiguo, se eseguito da mani esperte». E poi ci sarebbero dichiarazioni del primario torinese che eseguì poi il trapianto, peraltro presente in sala operatoria a Novara come sorta di “supervisore” («a che titolo?», si chiede la famiglia), che suonerebbero, stando sempre alla famiglia, come una sorta di «confessione stragiudiziale di qualcosa di anomalo> che si sarebbe verificato appunto in quella sala operatoria. I quesiti sono se l’equipe novarese avesse i requisiti «di professionalità ed esperienza per eseguire interventi di minitoracotomia», e se, sostanzialmente, tutto sia stato fatto a regola d’arte.
La Procura di Novara ha messo sotto inchiesta il primario torinese e l’equipe novarese di Cardiochirurgia, chiedendo al gip di nominare un collegio peritale per far luce sull’intera vicenda.

p.v.

leggi il servizio sul Corriere di Novara in edicola

NOVARA -  Due operazioni - di minitoracotomia ai primi di febbraio 2014 in Cardiochirurgia al “Maggiore” di Novara e qualche giorno dopo un trapianto di cuore alle “Molinette” di Torino - e poi la morte, il giorno 24. Perché? I medici hanno fatto il possibile o qualcuno ha sbagliato? Lo stabilirà la magistratura, cui la famiglia del paziente, di 43 anni, si era rivolta tramite l’avvocato Mario Murano, del Foro di Roma. L’uomo era appunto purtroppo deceduto il 24 febbraio 2014 alle “Molinette” dopo un periodo di degenza a seguito del trapianto del cuore, effettuato in condizioni di «asserita emergenza - spiega il legale - dopo che il povero paziente era stato sottoposto ad un precedente intervento di minitoracotomia (meglio nota come chirurgia mininvasiva) alla valvola mitrale al  “Maggiore” di Novara il 5 febbraio da una equipe di Cardiochirurgia». I famigliari si rivolsero appunto alla Procura di Torino per chiarire le cause del decesso, e quest’ultima dispose il sequestro della salma, delle cartelle cliniche dei due citati nosocomi e dell’organo espiantato. Fu nominato un consulente tecnico, che escluse ogni responsabilità dell’equipe  torinese per la morte del paziente, di conseguenza la Procura subalpina trasmise gli atti a quella di Novara per le «determinazioni di competenza». Nella citata consulenza si raccomandava anche l’esecuzione di un «accertamento specialistico sulle modalità tecniche di esecuzione dell’intervento di sostituzione valvolare eseguito in data 5.2.2014», cioè il primo intervento appunto a Novara. La famiglia aveva già avuto dubbi: nella denuncia sosteneva che il congiunto era sempre stato bene e prima dell’operazione l’anamnesi «pur annoverante la malformazione congenita della valvola mitralica, non presentava altri fattori di rischio, essendo egli soggetto sano, non obeso e non fumatore». Inoltre il rischio di complicanze gravi negli interventi di chirurgia valvolare «era notoriamente basso, e nel complesso il tasso di mortalità associato alla chirurgia di riparazione della valvola mitralica era esiguo, se eseguito da mani esperte». E poi ci sarebbero dichiarazioni del primario torinese che eseguì poi il trapianto, peraltro presente in sala operatoria a Novara come sorta di “supervisore” («a che titolo?», si chiede la famiglia), che suonerebbero, stando sempre alla famiglia, come una sorta di «confessione stragiudiziale di qualcosa di anomalo> che si sarebbe verificato appunto in quella sala operatoria. I quesiti sono se l’equipe novarese avesse i requisiti «di professionalità ed esperienza per eseguire interventi di minitoracotomia», e se, sostanzialmente, tutto sia stato fatto a regola d’arte.
La Procura di Novara ha messo sotto inchiesta il primario torinese e l’equipe novarese di Cardiochirurgia, chiedendo al gip di nominare un collegio peritale per far luce sull’intera vicenda.

p.v.

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