Con “Voci di donna” riemerge la Novara color Ottocento

Con “Voci di donna” riemerge la Novara color Ottocento
13 Marzo 2015 ore 15:10

NOVARA – Salutiamo il ritorno, a Novara, della Marchesa Colombi: l’occasione è la mostra bibliografica e documentaria, a cura di Silvia Benatti e del Centro Novarese di Studi letterari, presso la Biblioteca Negroni, la cui inaugurazione si è tenuta ieri, giovedì 12 marzo (nella foto tratta dalla pagina Facebook del festival letterari

NOVARA – Salutiamo il ritorno, a Novara, della Marchesa Colombi: l’occasione è la mostra bibliografica e documentaria, a cura di Silvia Benatti e del Centro Novarese di Studi letterari, presso la Biblioteca Negroni, la cui inaugurazione si è tenuta ieri, giovedì 12 marzo (nella foto tratta dalla pagina Facebook del festival letterario “Voci di donna”, la curatrice Benatti con l’assessore comunale alla Cultura Paola Turchelli), mentre giovedì prossimo, sempre in biblioteca, si parlerà di “La gente per bene”, attraverso un gruppo di lettura coordinato da Maria Adele Garavaglia. Ed è come se i luoghi della Marchesa si animassero, a cominciare dall’epicentro in piazza delle Erbe, ora piazza Battisti, già piazza delle Beccherie Maggiori ai tempi in cui nacque Maria Antonietta Torriani il primo gennaio del 1840 e poi attraverso un’ideale passeggiata, ricostruita sulle pagine dei suoi libri, che si dispiega a raggiera entro il centro storico: il corso Cavour, Sant’Eufemia, l’Ospedale Maggiore, la piazza del Rosario, il Duomo, la basilica di San Gaudenzio, San Giovanni Decollato fino al Civico Istituto Bellini, il Teatro Coccia, il Palazzo del Mercato e la chiesa delle Grazie nel sobborgo di San Martino. E, appena fuori le mura, “le vaste pianure, fra i prati e le risaie del basso Novarese”.

È la Novara color Ottocento, coi suoi scenari provinciali e un po’ crepuscolari, che emerge da “Un matrimonio in provincia” (1885), “Senz’amore” (1883), “In risaia” (1878), “Un triste Natale” (1885), “I ragazzi di una volta e i ragazzi d’adesso” (1888), la città in cui visse fino a ventisei anni, prima di trasferirsi a Milano. Nella città lombarda intraprende una brillante attività di scrittrice e di giornalista, nel 1875 sposa il fondatore del “Corriere della Sera” Eugenio Torelli Viollier, da cui si separerà dopo dieci anni: mentre passeggia, elegante, sull’alzaia del Naviglio in via San Marco a Milano la ritrae, con un bianco parasole, Giovanni Segantini nel 1880, olio su tela conservato a New York. Com’è noto, la fama della Marchesa Colombi è stata rinverdita dalla ristampa di “Un matrimonio in provincia” nel 1973, grazie a lettori come Italo Calvino e Natalia Ginzburg, ridotto addirittura a sceneggiato televisivo proposto dalla Rai il 24 e 26 febbraio 1980, ma grande successo aveva avuto, alla sua uscita, il “racconto di Natale”: “In risaia”, con numerose edizioni e traduzioni, un’opera anticipatrice di denuncia dello squallore e dello sfruttamento del lavoro delle donne, più che un mero documento folcloristico. E “Un matrimonio” e “In risaia” appaiono oggi certamente vicini alla nostra sensibilità, tanto più là dove “sono assenti proprio gli inevitabili ingredienti ottocenteschi del patetico e della psicologia, a favore, invece, di una durezza di tratto straordinariamente esatta ed essenziale”, come sottolinea Bàrberi Squarotti per “Un matrimonio”. E si possono anche comprendere gli strali polemici, se non ironici, dell’irriverente scapigliato Carlo Dossi per il fortunato galateo della Marchesa, “La gente per bene” (1877): “Ella dà i suoi precetti serissimamente. Fortuna che la società veramente buona non s’è mai sognata né s’indurrà mai ad essere del suo parere”. La Marchesa Colombi muore a Torino nel 1920, ormai estranea agli ambienti letterari e mondani. Della sua ricca e vivace corrispondenza offriamo due campioni, due brevi lettere che sono due cortesi rifiuti: il primo, datato 23 giugno ’91, da Olgiate Comasco:“Cara Signora, Le sono grata d’avermi scritto e d’avermi mandato il suo libro; ma di questo soltanto  platonicamente le sono grata, perché non l’ho ricevuto né qui, né in città a casa mia dove ne feci fare ricerca e dove fu consegnata e poi spedita qui la sua lettera. È per questa mancanza della posta o delle persone che ella incaricò della spedizione che non potrò compiacerla dicendole la mia opinione. Che del resto io sono una così meschina critica, che ci perderà poco. Ad ogni modo le rinnovo i miei ringraziamenti e le mando i più cordiali saluti. La Marchesa Colombi.” 

Il secondo è indirizzato al Direttore della “Gazzetta di Bergamo”, in data 18 marzo 1895, da Milano: “Caro Dettoli, vorrei compiacervi, ma non ne trovo assolutamente il modo. Sono persuasa che tutto quanto si poteva dire del grande e gentile e patetico argomento, è già stato detto. Se rimanesse ancora qualche cosa di prezioso da esprimere, non potrei farlo io, che non ho fatto nessuno studio speciale del vostro poeta. Dunque, mi dispiace ma non posso mandarvi nulla. Non sono assolutamente in grado di farlo. Spero d’esser più fortunata un’altra volta. Coi più cordiali saluti vostra amica la Marchesa Colombi”.

Ercole Pelizzone

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