Una fluida Turandot esalta Puccini

Una fluida Turandot esalta Puccini
09 Febbraio 2015 ore 14:11

NOVARA – E’ appena calato il sipario sulla “Turandot” di Puccini: la sua principessa si è “sciolta” come neve al sole e il popolo di Pechino esulta. Anche il pubblico novarese non è da meno e saluta la chiusura di questa stagione lirica targata Teatro Coccia con convinta ammirazione. Spettacolo prodotto interamente in seno alla Fondazione, doveva significare anche l’appuntamento con la “star” Daniela Dessì, evaporato a causa di un’indisponibilità improvvisa dell’artista: nel ruolo dell’austera Turandot è accorsa in salvataggio Maria Billeri, soprano toscano in piena carriera. Ma andiamo con ordine. Sipario. Siamo in Cina e un mandarino (canta il perentorio Daniele Cusari, profeta in patria) arringa il popolo di Pechino con il suo monito: “Turandot la pura sposa sarà di chi, di sangue regio, spieghi i tre enigmi ch’ella proporrà. Ma chi affronta il cimento e vinto resta porga alla scure la superba testa!”. La trama sgorga da questa sfida e sul palcoscenico si amalgamano, fino a confondersi, una società violenta e dimessa, una principessa algida ed emotivamente frigida, un principe caparbio che all’alba vincerà. Bacio alla francese e sipario. In mezzo muore Liù: suicidio passionale scriveranno le cronache. Non succede molto, il dato centrale è il trapasso di Turandot, il suo “sgelamento” come lo definì il compositore, e tutto il tetris di situazioni serve a dare forma a questo lieto fine, tanto inusuale in casa Puccini da non essere mai stato terminato. La rappresentazione della Cina che abbiamo visto è meno sfarzosa di quanto siamo abituati e sembra più un regno post rivoluzione culturale, dimesso: ci troviamo ai tempi severi di Mao più che di Ping Pong Pang e dei lussuosi principi. La visione della regista, la debuttante Mercedes Martin, andava proprio in questa direzione ma non sappiamo se a prevalere sia stata una consapevole scelta poetica e stilistica o un fare di necessità virtù in tempi difficili. Se si voleva osare lo si poteva fare fino in fondo; in realtà quello che ci è rimasto lo riconduciamo ad una lettura comunque “classica” e piacevole: l’uso intelligente delle luci, i giochi di chiaroscuri, il flash dell’apparizione di Turandot, la scena iniziale del secondo atto assolutamente godibile, la lucentezza del personaggio di Liù, la pienezza dell’uso delle masse corali, la gestione dei tempi scenici ben equilibrati tra dinamismo e stasi sono i dati vincenti di questa regia.

Diego Ragazzo

Leggi l’articolo integrale sul Corriere di Novara di lunedì 9 febbraio 2015

 

NOVARA – E’ appena calato il sipario sulla “Turandot” di Puccini: la sua principessa si è “sciolta” come neve al sole e il popolo di Pechino esulta. Anche il pubblico novarese non è da meno e saluta la chiusura di questa stagione lirica targata Teatro Coccia con convinta ammirazione. Spettacolo prodotto interamente in seno alla Fondazione, doveva significare anche l’appuntamento con la “star” Daniela Dessì, evaporato a causa di un’indisponibilità improvvisa dell’artista: nel ruolo dell’austera Turandot è accorsa in salvataggio Maria Billeri, soprano toscano in piena carriera. Ma andiamo con ordine. Sipario. Siamo in Cina e un mandarino (canta il perentorio Daniele Cusari, profeta in patria) arringa il popolo di Pechino con il suo monito: “Turandot la pura sposa sarà di chi, di sangue regio, spieghi i tre enigmi ch’ella proporrà. Ma chi affronta il cimento e vinto resta porga alla scure la superba testa!”. La trama sgorga da questa sfida e sul palcoscenico si amalgamano, fino a confondersi, una società violenta e dimessa, una principessa algida ed emotivamente frigida, un principe caparbio che all’alba vincerà. Bacio alla francese e sipario. In mezzo muore Liù: suicidio passionale scriveranno le cronache. Non succede molto, il dato centrale è il trapasso di Turandot, il suo “sgelamento” come lo definì il compositore, e tutto il tetris di situazioni serve a dare forma a questo lieto fine, tanto inusuale in casa Puccini da non essere mai stato terminato. La rappresentazione della Cina che abbiamo visto è meno sfarzosa di quanto siamo abituati e sembra più un regno post rivoluzione culturale, dimesso: ci troviamo ai tempi severi di Mao più che di Ping Pong Pang e dei lussuosi principi. La visione della regista, la debuttante Mercedes Martin, andava proprio in questa direzione ma non sappiamo se a prevalere sia stata una consapevole scelta poetica e stilistica o un fare di necessità virtù in tempi difficili. Se si voleva osare lo si poteva fare fino in fondo; in realtà quello che ci è rimasto lo riconduciamo ad una lettura comunque “classica” e piacevole: l’uso intelligente delle luci, i giochi di chiaroscuri, il flash dell’apparizione di Turandot, la scena iniziale del secondo atto assolutamente godibile, la lucentezza del personaggio di Liù, la pienezza dell’uso delle masse corali, la gestione dei tempi scenici ben equilibrati tra dinamismo e stasi sono i dati vincenti di questa regia.

Diego Ragazzo

Leggi l’articolo integrale sul Corriere di Novara di lunedì 9 febbraio 2015

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