Il tessile made in Italy punta sull’Iran

Il tessile made in Italy punta sull’Iran
Economia 19 Aprile 2016 ore 15:31

Smi e Tgu (la principale organizzazione del tessile-abbigliamento iraniano con oltre 20 mila imprese aderenti) si stringono la mano: nei giorni scorsi, un accordo tra le associazioni ha gettato le basi per un processo di reciproca internazionalizzazione delle imprese di settore dei due Paesi.   
L’Iran, insomma, si riapre all’Italia e le proiezioni circa le potenzialità di questo nuovo mercato  sono consistenti. Certo, le proiezioni, per ora, sono solo semplici cifre su studi di carta, ma dietro ad esse vi sta, comunque, la forza dell’analisi e dei numeri. Nel 2005, l’export italiano verso l’Iran stava a quota 2,3 miliardi, mentre l’import raggiungeva i 3. Nel 2014, dati Istat alla mano,  l’export si era praticamente dimezzato a 1,2 miliardi (-48%), mentre l’import si era ridotto a 0,4 miliardi (-85%). Nel 2005, la quota export dell’Italia verso l’Iran era del 7,4%; nel 2014, essa si era ridotta al 2,3%. Quota tuttavia sempre più alta dei quella che, nello stesso anno, era rappresentata dalla Francia (0,9%) e dalla Spagna (0,6%), a conferma che il made in Italy può contare su buone basi di partenza  Guardando avanti, per effetto del nuovo corso inaugurato dalla rimozione delle sanzioni internazionali, le proiezioni di Sace al 2018 fissano una realistica linea di export a quota 2,5 miliardi, con la possibilità, nel triennio 2015-2018, di liberare un export aggiuntivo per 2,9 miliardi. 

Dal settore petrolifero (previsti investimenti per 20 miliardi di dollari e il raddoppio della capacità produttiva di gas) a quello  minerario (previsti investimenti per 15 miliardi di dollari finalizzati alla modernizzazione dei processi estrattivi), passando per  i trasporti (previsto l’acquisto di 300 nuovi aerei nei prossimi cinque anni e investimenti per 5 miliardi di dollari per l’ampliamento della metro di Teheran), per l’automotive (2 milioni di immatricolazioni annue attese nel periodo post-sanzioni) e per l’edilizia (crescita della popolazione attesa a 100 milioni di abitanti entro il 2050), l’Iran rappresenta oggi ben più che una semplice promessa per il business italiano. 

E sulla partita, il made in Italy costituito dal tessile-abbigliamento-moda non vuole certo restare indietro. I dati di Smi per il periodo gennaio-dicembre 2015, mettono in luce che, sul complessivo scacchiere medio-orientale, l’export di tessile-moda made in Italy, in valore, è rimasto sostanzialmente fermo (l’import, sempre in valore, è cresciuto del +2,8%). Nei singoli Paesi, però, la situazione è eterogenea. E per mercati  sui quali l’export (in valore) si è rivelato in discesa, come gli Emirati Arabi (-4,6%), il Kuwait (-8%), la Siria (-33,9%) o lo Yemen (-88,3%), altre realtà, invece, tirano. È il caso, per esempio, dell’Arabia Saudita (+11%), dell’Irak (+42,2%), dell’Oman (+55%) e dell’Iran (+21%). Così, la settimana scorsa, nell’ambito della missione imprenditoriale in Iran organizzata dal Ministero dello Sviluppo economico e da quello degli Esteri, Smi ha siglato con Tgu (Teheran Garment Union) un protocollo di intesa (Memorandum of Understanding: infra MoU). 

Smi e Tgu (la principale organizzazione del tessile-abbigliamento iraniano con oltre 20 mila imprese aderenti) si stringono la mano: nei giorni scorsi, un accordo tra le associazioni ha gettato le basi per un processo di reciproca internazionalizzazione delle imprese di settore dei due Paesi.   
L’Iran, insomma, si riapre all’Italia e le proiezioni circa le potenzialità di questo nuovo mercato  sono consistenti. Certo, le proiezioni, per ora, sono solo semplici cifre su studi di carta, ma dietro ad esse vi sta, comunque, la forza dell’analisi e dei numeri. Nel 2005, l’export italiano verso l’Iran stava a quota 2,3 miliardi, mentre l’import raggiungeva i 3. Nel 2014, dati Istat alla mano,  l’export si era praticamente dimezzato a 1,2 miliardi (-48%), mentre l’import si era ridotto a 0,4 miliardi (-85%). Nel 2005, la quota export dell’Italia verso l’Iran era del 7,4%; nel 2014, essa si era ridotta al 2,3%. Quota tuttavia sempre più alta dei quella che, nello stesso anno, era rappresentata dalla Francia (0,9%) e dalla Spagna (0,6%), a conferma che il made in Italy può contare su buone basi di partenza  Guardando avanti, per effetto del nuovo corso inaugurato dalla rimozione delle sanzioni internazionali, le proiezioni di Sace al 2018 fissano una realistica linea di export a quota 2,5 miliardi, con la possibilità, nel triennio 2015-2018, di liberare un export aggiuntivo per 2,9 miliardi. 

Dal settore petrolifero (previsti investimenti per 20 miliardi di dollari e il raddoppio della capacità produttiva di gas) a quello  minerario (previsti investimenti per 15 miliardi di dollari finalizzati alla modernizzazione dei processi estrattivi), passando per  i trasporti (previsto l’acquisto di 300 nuovi aerei nei prossimi cinque anni e investimenti per 5 miliardi di dollari per l’ampliamento della metro di Teheran), per l’automotive (2 milioni di immatricolazioni annue attese nel periodo post-sanzioni) e per l’edilizia (crescita della popolazione attesa a 100 milioni di abitanti entro il 2050), l’Iran rappresenta oggi ben più che una semplice promessa per il business italiano. 

E sulla partita, il made in Italy costituito dal tessile-abbigliamento-moda non vuole certo restare indietro. I dati di Smi per il periodo gennaio-dicembre 2015, mettono in luce che, sul complessivo scacchiere medio-orientale, l’export di tessile-moda made in Italy, in valore, è rimasto sostanzialmente fermo (l’import, sempre in valore, è cresciuto del +2,8%). Nei singoli Paesi, però, la situazione è eterogenea. E per mercati  sui quali l’export (in valore) si è rivelato in discesa, come gli Emirati Arabi (-4,6%), il Kuwait (-8%), la Siria (-33,9%) o lo Yemen (-88,3%), altre realtà, invece, tirano. È il caso, per esempio, dell’Arabia Saudita (+11%), dell’Irak (+42,2%), dell’Oman (+55%) e dell’Iran (+21%). Così, la settimana scorsa, nell’ambito della missione imprenditoriale in Iran organizzata dal Ministero dello Sviluppo economico e da quello degli Esteri, Smi ha siglato con Tgu (Teheran Garment Union) un protocollo di intesa (Memorandum of Understanding: infra MoU).