"Incollato con il Vinavil"

Ponte Morandi, le intercettazioni scandalose dei manager arrestati

La magistratura si è soffermata sulle mancate manutenzioni che, come emerge dalle intercettazioni, erano frutto di una volontà consapevole tesa al guadagno. A discapito della sicurezza pubblica.

13 Novembre 2020 ore 12:06

Un’inchiesta partita dopo il tragico crollo del Ponte Morandi, avvenuto nell’agosto del 2018, e che si è mossa parallelamente, ha portato – nella giornata di ieri, 11 novembre 2020 – all’esecuzione di sei misure cautelari nei confronti di tre ex top manager e di tre attuali dirigenti della società Autostrade per l’Italia. Ai domiciliari è finito Giovanni Castellucci – manager alla corte dei Benetton per lungo tempo –  il direttore delle operazioni Paolo Berti e Michele Donferri Mirella. Interdetti per 12 mesi, invece, Stefano Marigliani, Paolo Strazzullo (responsabile delle ristrutturazioni pianificate sul Morandi) e Massimo Miliani. Le accuse ipotizzate nei confronti dei dirigenti sono attentato alla sicurezza dei trasporti e frode in pubbliche forniture. Lasciano sgomenti i contenuti delle intercettazioni telefoniche.

L’indagine

L’indagine, avviata un anno fa a seguito dell’analisi della documentazione  informatica e cartacea acquisita nell’inchiesta principale legata al crollo del Ponte Morandi, è relativa alle criticità – in termini di sicurezza – delle barriere fonoassorbenti montate sulla rete  autostradale. L’analisi della documentazione informatica e cartacea acquisita, le indagini  tecniche effettuate, l’assunzione di plurime testimonianze hanno portato a raccogliere numerosi e gravi elementi indiziari a carico dei manager finiti ai domiciliari e interdetti, fra cui:

  • la consapevolezza della difettosità delle barriere e del potenziale pericolo per la sicurezza stradale, con rischio cedimento nelle giornate di forte vento (fatti peraltro realmente avvenuti nel corso del 2016 e 2017 sulla  rete autostradale genovese); in particolare, è emersa la  consapevolezza di difetti progettuali e di sottostima dell’azione del  vento, nonché dell’utilizzo di alcuni materiali per l’ancoraggio a terra  non conformi alle certificazioni europee e scarsamente performanti;
  • la volontà di non procedere a lavori di sostituzione e messa in sicurezza  adeguati, eludendo tale obbligo con alcuni accorgimenti temporanei non idonei e non risolutivi;
  • la frode nei confronti dello Stato, per non aver adeguato la rete da un  punto di vista acustico (così come previsto dalla Convenzione tra Autostrade e lo Stato) e di gestione in sicurezza della stessa, occultando l’inidoneità e pericolosità delle barriere, senza alcuna  comunicazione – obbligatoria – all’organo di vigilanza (Ministero delle  Infrastrutture e dei Trasporti).

In considerazione del grave quadro indiziario emerso dalle indagini, il Giudice per le  Indagini Preliminari, su richiesta della Procura della Repubblica di Genova, ha emesso l’ordinanza applicativa di misure cautelari personali.  

“E’ incollato con il Vinavil”

Ed è grazie a questa indagine, apparentemente minore, che spuntano una serie di intercettazioni acquisite dagli inquirenti che lasciano a dir poco sgomenti. Le barriere in questione, come conferma l’ordinanza, non erano sicure: erano fissate male e rischiavano il cedimento in giornate di forte di vento, come era effettivamente già avvenuto ben prima della tragedia del Ponte Morandi in cui 43 persone persero la vita, precisamente il 6 novembre 2016 e il 17 gennaio 2017, su due tratti di strada vicini a Genova.

“È incollato col Vinavil” aveva detto Lucio Ferretti Torricelli (responsabile opere d’arte di Spea) sottolineando che la resina utilizzata per gli ancoraggi fosse difettosa e totalmente inefficace. Si era così rivolto ai due manager finiti ai domiciliari Michele Donferri Mitelli e Paolo Berti. Al posto della sostituzione è stato orchestrato un escamotage. Donferri Mitelli, all’epoca ex responsabile manutenzioni, lo zittisce: “Hai parlato troppo”. Conversazioni cruciali, come spiega il giudice, dal tenore dei dialoghi “emerge chiaramente la consapevolezza, da parte dei dirigenti di Aspi, fin dai primi mesi del 2017, della difettosità delle barriere e in particolare della assoluta inidoneità delle stesse a resistere all’azione del vento.

Analoga modalità di gestione anche per i cavi del Morandi. “I cavi del Morandi sono corrosi” scriveva Donferri il 25 giugno 2018, un mese e mezzo prima del dramma a Berti. La magistratura si è soffermata sulle mancate manutenzioni, sottolineando:

“Gravi condotte criminose legate a una politica imprenditoriale volta alla massimizzazione dei profitti derivanti dalla concessione con lo Stato, attraverso la riduzione e il ritardo delle spese di manutenzione della rete autostradale, a scapito della salute pubblica”.

A supporto di questa tesi viene riportata una conversazione di Gianni Mion, storico manager di casa Benetton.

“Il vero grande problema è che le manutenzioni le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo e meno facevamo… così distribuivamo più utili… e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti”.

IL VIDEO DELLA DEMOLIZIONE: Ponte Morandi, demolito alle 9.38 il moncone est

Food delivery
Top news
Glocal News
Foto più viste
Video più visti
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità