In memoria della strage

Ventotto anni da via D'Amelio, ancora poche verità sulla morte del giudice Borsellino

"Mi uccideranno. Ma non sarà una vendetta della Mafia. Forse saranno mafiosi quelli che mi uccideranno, ma quelli che hanno voluto la mia morte sono altri".

19 Luglio 2020 ore 11:59

Come oggi nel 1992, il 19 luglio era un’afosa domenica, a Palermo, e il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare l’anziana madre in via D’Amelio, quando 90 chili di tritolo esplosero al suo arrivo, uccidendolo insieme agli uomini della scorta, squarciando la strada e danneggiando decine di appartamenti. Di più, ricoprendo di una nube nera una città ancora sotto shock per quell’altro sanguinario attentato costato la vita solo due mesi prima a Giovanni Falcone a Capaci.

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Poche verità sulla morte di Borsellino

Due stragi, 28 anni dopo, con ancora tanti punti interrogativi e dubbi. Poche le risposte e le certezze emerse da quel buco nero di depistaggi e segreti e da quello scellerato patto fra Stato e Mafia di cui ancora poco si conosce. Perché chi sapeva non ha mai parlato e la lunga vicenda giudiziaria va avanti da decenni tra condanne e assoluzioni senza riuscire a ricomporre il puzzle della verità.

Ventotto anni dalla strage di via D’Amelio

Alcuni dei mafiosi ritenuti responsabili di quelle stragi sono morti in carcere, come Totò Riina, altri come Matteo Messina Denaro sono ancora latitanti. Ma restano nell’ombra i nomi e i volti di chi spiò i giudici, li intercettò e comunicò i loro spostamenti ai boss mafiosi. Dopo la morte di Falcone, Borsellino sapeva che c’era una condanna sulla sua testa e ripeteva:

“Mi uccideranno. Ma non sarà una vendetta della Mafia. Forse saranno mafiosi quelli che mi uccideranno, ma quelli che hanno voluto la mia morte sono altri”.

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