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Il personaggio

Lorenzo Mattachini: medico a Kabul grazie a Emergency

"Accogliamo persone con ferite di proiettile, mine e bombe o in grave pericolo di vita"

Lorenzo Mattachini: medico a Kabul grazie a Emergency
Attualità Alto Novarese, 03 Dicembre 2022 ore 07:00

La sua esperienza con Emergency a Kabul è iniziata nel mese di luglio, doveva rientrare dopo sei mesi ma ha chiesto di potere prolungare la permanenza di altri tre e così, Lorenzo Mattachini, classe 1990 di Mezzomerico, rimarrà in servizio all'ospedale di Kabul ancora per qualche tempo.

La voglia di sentirsi utile

Lorenzo Mattachini non è partito con l'idea di “cambiare il mondo”, ma con la voglia di fare la differenza e sentirsi utile e fare la differenza.  Quando era piccolo il suo sogno era di diventare astronauta, la vita poi lo ha portato a scegliere la facoltà di Medicina anche se, «non è stata la mia prima scelta, il medico era una figura che mi affascinava ma non quello che volevo fare da sempre». Prima il liceo classico, poi l'iscrizione alla facoltà di Giurisprudenza, che ha lasciato poco dopo, e nel 2018 il testo di Medicina a Novara e con l'inizio di questo percorso le missioni di Emergency hanno attirato la sua attenzione.

La scelta di partire

«Emergency mi ha sempre ispirato, una sorta di obiettivo – racconta – l'idea mi ha accompagnato durante gli studi e nella scelta della specializzazione». Mattachini frequenta il quinto anno di specialistica in Anestesia e Rianimazione a Parma e ora la sua esperienza la mette in campo quotidianamente nell'ospedale Emergency di Kabul. «Mi piace lavorare nell'emergenza/urgenza e in rianimazione – dice – questo è l'ambito in cui vorrei lavorare anche al mio rientro, anche se ancora le idee sono poco chiare». Il paziente tipo dell'ospedale dove lavora Mattachini è la vittima di guerra, «accogliamo persone con ferite di proiettile, mine, bombe o in grave pericolo di vita a causa di incidenti o armi bianche – spiega - La situazione è quella del post guerra e si continua a sentirne il lascito: una città piena di mine, tanta povertà e microcriminalità. Quel che conosco io di Kabul sono i nostri pazienti, e la strada che percorro da casa all'ospedale».

Fame di conoscenza

Ma le persone con cui Mattachini lavora hanno fame di conoscenza, «il popolo afgano è qualcosa di incredibile – dice – sempre un sorriso, un saluto, sono persone con i loro problemi, ma che nonostante tutto hanno una gran voglia di imparare e fare del bene. E lo fanno: nonostante le basse risorse qui la il livello di cura e assistenza è altissimo. Gino Strada diceva che nei suoi ospedali avrebbe voluto poter curare sua figlia senza timore di una cura inadeguata, e così è qua». L'obiettivo di Emergency è di portare esperienza in un paese con basse risorse: «Ero convinto di venire a insegnare qualcosa e invece è un'esperienza che mi sta facendo crescere tantissimo sia a livello umano sia professionale». A Kabul il giovane medico lavora in sala operatoria con dieci specializzandi, «li seguiamo dalla sala operatoria alla rianimazione e nella loro formazione teorica – spiega – e poi seguiamo i pazienti nei reparti dell'ospedale, soprattutto durante il decorso nel reparto intensivo».  Prima di partire aveva il timore di non essere all'altezza, «ma fare da trainer a dieci specializzandi mi sta facendo crescere molto – sottolinea – e sento che loro crescono insieme a  me ed è molto bello». E' un mestiere difficile il suo, qualcuno avrà sempre un'idea migliore, la forza sta nel lavoro in team, «tutto va condiviso, insieme si va avanti meglio». In parte l'esperienza del Covid lo ha preparato ad affrontare questa esperienza , «in Italia gli ultimi anni sono stati un period di scelte difficili che hanno pesato dal punto di vista umano – sottolinea – Per questo sono arrivato qui con un modo di pensare più distaccato, che mi permette di concentrarmi sulla patologia e non sulla sfera morale».

Sguardo verso il futuro

Non sa cosa farà al suo ritorno, quando avrà terminato la specializzazione. «Temo che l'idea della missione mi balenerà per la testa sempre – dice – Torno però con una visione diversa del cosa vuol dire essere medico e quanto ci sia da vedere al di fuori del nostro contesto nazionale».  La mancanza di casa, della famiglia e degli affetti c'è, «ma la tristezza di lasciare questo posto prevarrà – dice – Sono spaventato dall'idea di potere condividere questa esperienza in ambito lavorativo, ma sono domande a cui risponderò solo quando riprenderò a lavorare in Italia». Torna però con nuove consapevolezze professionali e umane, «qui manca la normalità, persino quella di un cielo stellato; a Kabul le stelle non si vedono e questo fa pensare a quanto sia importante (e spesso data per scontata) la libertà che abbiamo. E' giusto che, ognuno a suo modo, possa dare qualcosa per la libertà ricevuta, perché essere nati in un Paese libero dalla guerra è una fortuna preziosa che non è detto avremo per sempre».

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