Ricercatore condannato a morte

Ricercatore prigioniero in Iran: "Risentire la voce di Ahmad ci dà speranza"

Intanto la figlia maggiore sta studiando Medicina e ha chiesto di poter venire per qualche mese a Novara

Ricercatore prigioniero in Iran: "Risentire la voce di Ahmad ci dà speranza"
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Dopo due anni Ahmadreza Djalali è tornato a sentire al telefono la voce della moglie Vida Mehrannia. Come racconta NovaraOggi lo ha annunciato commosso il collega del Crimedim di Novara e amico Luca Ragazzoni durante un recente incontro organizzato da Amnesty e Circolo dei lettori per parlare di Iran, di donne e di diritti negati.

Djalali, medico e docente iraniano naturalizzato svedese, ricercatore di medicina delle catastrofi, cittadino onorario di Novara, città nella quale aveva lavorato per un periodo della sua vita, è stato accusato di spionaggio e collaborazione con Israele e, in seguito, condannato a morte.

In carcere dal 2016 e condannato a morte

«Ahmad è in carcere in Iran dal 2016 - ha ricordato Ragazzoni - è stato accusato di spionaggio, torturato e costretto a confessare in un video le sue “colpe” e di conseguenza è stato condannato a morte. In questi anni ci siamo battuti per salvarlo e di questo debbo ringraziare chi è stato al nostro fianco, da Amnesty a tante altre associazioni ai giornalisti».

Ahmad debilitato, malato, si è visto negare anche la possibilità di salutare per l’ultima volta la madre. Negli ultimi due anni non ha potuto nemmeno comunicare con la moglie e con i due figli che vivono in Svezia. «Dopo Natale una telefonata che ha dato speranza ad Ahamad - ha spiegato Ragazzoni - speranza per resistere in prigione. Io sono l’unico, oltre a Vida e alla sorella di Ahmad che vive a Teheran, ad aver sentito la sua vice da quando è in carcere: non so se la sua situazione cambierà, ma questa voce che ci arriva serve per continuare la battaglia».

Il coraggio della famiglia

Il medico ha ripetuto più volte come sia difficile essere attivisti nel campo dei diritti umani: «Serve resilienza. All’inizio pensavo che la situazione si dovesse risolvere, che quello che stavamo facendo avrebbe portato alla liberazione di Ahmad. Ragionavo da medico: io quella persona la devo salvare. Ho invece imparato un’altra lezione: occorre continuare a lottare anche quando la speranza è impercettibile. Vida e sua figlia Amitis sono le donne più forti e coraggiose che io conosca: quando parlo con Vida, la sua voce è sempre gioiosa nel sentirmi, nel sapere che continuiamo a sostenerla".

Il sogno della figlia di venire a studiare a Novara

Amitis non ha mi cercato i riflettori ma in questi anni ha lavorato dietro le quinte, traducendo centinaia di documenti che riguardano suo padre, dall’arabo all’inglese, all’italiano allo svedese. "E in tutto questo scenario di dolore - racconta Ragazzoni - sta studiando in uno degli istituti di medicina più prestigiosi del mondo, con grandissimi risultati: ha chiesto di venire in Università a Novara, nella nostra Upo. Poteva scegliere ogni altro ateneo nel mondo, ma vuole tornare a Novara, dove ha vissuto per alcuni anni, per riavere quello che ha suo padre ha perso a Novara. E noi speriamo di poterla accogliere presto».

Oltre ad Amitis, anche il figlio più piccolo, Ariou, cresciuto senza il padre, sta frequentano la suola media e si sta impegnando.

La speranza vive

Dal punto di vista legale per Ahmad nulla cambia, le sue condizioni di salute non sono buone e gli vengono negate le cure mediche, ma la voce resta e con lei la speranza e la forza per continuare a chiedere giustizia e salvezza.

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