Il caso

Autisti costretti a turni massacranti: inizia il processo ai titolari della Maifredi di Castelletto

Ma i titolari dell'azienda respingono come hanno sempre fatto ogni addebito

Autisti costretti a turni massacranti: inizia il processo ai titolari della Maifredi di Castelletto
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Autisti costretti a guidare per ore senza le normali tutele di legge: è questa l'accusa mossa ai titolari dell'azienda di autotrasporti Maifredi di Castelletto Ticino.

Inizia il processo

In aula, dopo alcune lungaggini, l’inchiesta ribattezzata “Jukebox”, dal nome in codice dell’operazione. E’ iniziato di fatto martedì 26 ottobre, quasi due anni dopo l’ultima udienza, il processo in corso di svolgimento preso il tribunale di Novara sul “caso Maifredi”, ovvero gli autisti presunti “schiavizzati” della ditta di autotrasporti di Castelletto Ticino, leader nella catena del freddo a livello nazionale. Sul banco degli imputati, a rispondere a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata all’estorsione, siedono Gigliola Plebani, 64 anni, di Pombia, ritenuta a capo della sedicente organizzazione e proprietaria delle società coinvolte, il figlio Maurizio Maifredi, 37 anni, castellettese, specializzato, secondo l’accusa, nella pulitura dei dischi e nella cancellazione di tutte le tracce relative alle contestate violazioni di legge, e Massimo Ghidoni, 63 anni, di Novara, considerato dalla pm Silvia Baglivo il braccio esecutivo degli altri due, tanto che avrebbe gestito una cooperativa, la “Tno”, a quanto pare utilizzata per la recluta degli autisti. I fatti al centro del procedimento risalirebbero a un periodo precedente il 2014.

Le indagini

Le indagini della procura erano partite sette anni or sono dopo l’esposto al distaccamento della Polstrada di Arona presentato da qualcuno che, evidentemente, non accettava più quella situazione lavorativa. Nel volgere di breve si era arrivati alla Maifredi, dove la polizia pare avesse rinvenuto circa 8 mila file modificati nei pc della ditta. Stando agli inquirenti, i camion della Maifredi non si sarebbero fermati quasi mai, e gli autisti dipendenti di società ruotanti attorno all’azienda novarese avrebbero di conseguenza sostenuto turni di lavoro massacranti, anche lunghi 20 ore (anziché le 9 previste). Il tutto condito, sempre stando all’accusa, da presunte minacce e ricatti e dalla presunta falsificazione del numero di ore lavorate e degli strumenti di registrazione (i dischi), per far sembrare tutto regolare. Un teorema questo, vale sottolinearlo, tutto da dimostrare, anche perché la Maifredi ha sempre respinto, e continua a farlo, ogni addebito.

In aula la ricostruzione delle presunte vittime

L’altro giorno in aula, sette anni dopo, la vicenda è stata nuovamente ricostruita; una delle presunte vittime era presente. Agli autotrasportatori che si lamentavano, così è emerso, veniva risposto: "Se non vi va bene, potete andarvene altrove". Sei autisti si sono costituti parte civile.

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